Sulla musica
INTERVENTO
ALLA CONFERENZA DEI MUSICISTI
SOVIETICI
PRESSO
IL CC DEL PC (B) DELL’URSS1
Compagni!
Permettetemi di fare subito qualche osservazione sul carattere della
discussione che qui si svolge.
L’apprezzamento
generale sulla situazione nel campo della creazione musicale si
riduce a questa constatazione: non va molto bene. Si sono espresse, è
vero, molte sfumature nel corso degli interventi. Gli uni hanno detto
che zoppicava soprattutto dal punto di vista dell’organizzazione,
hanno mostrato l’insufficienza della critica e dell’autocritica e
hanno denunciato i falsi metodi di direzione, particolarmente
all’Unione dei compositori. Altri, associandosi alla critica
dell’organizzazione e del regime che regna nelle organizzazioni,
hanno segnalato ciò che va male nell’orientamento ideologico della
musica sovietica. Alcuni, infine, hanno tentato di eludere il
carattere acuto della situazione e di passare sotto silenzio le
questioni sgradevoli. Ma, in qualunque modo siano state espresse
queste sfumature, il tono generale della discussione si riduce a
constatare che non va molto bene.
Non
ho intenzione di portare una dissonanza o una «stonatura» in questo
apprezzamento, benché la «stonatura» sia oggi di moda. (Ilarità,
animazione nella sala). La situazione è in effetti molto
cattiva. Mi sembra che sia peggiore di quanto si sia detto qui. Non
ho intenzione di negare i risultati ottenuti dalla musica sovietica.
Esistono, senz’altro, ma se ci si rappresenta quali risultati
avremmo dovuto ottenere nel campo della musica, se si paragonano
persino i successi in questo campo con i risultati ottenuti in altri
campi dell’ideologia, bisogna confessare che sono del tutto
insignificanti. Se si prende, ad esempio, la letteratura, si vedono
oggi certe riviste incontrare reali difficoltà perché non riescono
più a trovare lo spazio per tutti i manoscritti degni di essere
pubblicati che hanno sottomano. Sembra che nessuno degli oratori
abbia potuto vantare una simile sovrapproduzione in musica. Vi è
progresso nel settore del cinema e della drammaturgia. Ma nel campo
della musica non vi è il minimo progresso sensibile.
La
musica è in ritardo, questo è il tono di tutti gli interventi.
Tanto nell’Unione dei compositori che nel Comitato delle arti si è
creata una situazione evidentemente anormale. Del Comitato delle arti
si è parlato poco e non lo si è sufficientemente criticato. In
realtà il Comitato delle arti ha svolto un ruolo di pessima lega.
Dandosi l’aria di difendere con tutte le sue forze la tendenza
realistica in musica, il Comitato ha favorito in tutti i modi la
tendenza formalista, issando sullo scudo i suoi rappresentanti, e
proprio per questo ha reso possibile la disorganizzazione e
l’introduzione del disordine ideologico nei ranghi dei nostri
compositori. Inoltre, incolto e incompetente nelle questioni
musicali, il Comitato si è messo alla coda dei compositori del clan
formalista.
Si
è paragonato qui il Comitato organizzativo della Unione dei
compositori a un monastero o ai generali senza esercito. Non c’è
bisogno di contestare queste affermazioni. Se la sorte della
creazione musicale sovietica si trova ad essere la prerogativa del
circolo più chiuso di compositori e di critici dirigenti, di critici
scelti secondo il principio del sostegno dei capi e creando attorno
ai compositori un’atmosfera inebriante di adulazione, se non vi è
discussione di lavoro, se all’Unione dei compositori si è
instaurata un’atmosfera confinata, ammuffita, dove si distinguono i
compositori di prima e di seconda qualità, se lo stile dominante
nelle conferenze dell’Unione dei compositori è il silenzio
rispettoso o le devote lodi agli eletti, se la direzione del Comitato
organizzativo è staccata dalla massa dei compositori, allora non si
può non riconoscere che la situazione sull’«Olimpo» musicale è
divenuta minacciosa.
Conviene
dire una parola in particolare sull’orientamento viziato della
critica e sull’assenza di discussione di lavoro nell’Unione dei
compositori. Dal momento che non vi è discussione di lavoro, che non
vi è né critica né autocritica, non vi è nemmeno movimento in
avanti. La discussione di lavoro e una critica obiettiva,
indipendente — è oggi divenuto un assioma — appaiono come la
condizione più importante del progresso creatore. Là dove non ci
sono la critica e la discussione di lavoro, le fonti stesse del
movimento inaridiscono, si instaura un’atmosfera da serra, di muffa
e di stagnazione, di cui i nostri compositori non hanno affatto
bisogno. Non è affatto per caso che persone che prendono parte per
la prima volta a una conferenza sulle questioni musicali trovano
strano che possano perpetuarsi contraddizioni così irriducibili tra
il regime molto conservatore che presiede all’organizzazione
dell’Unione dei compositori e le idee sedicenti ultra-progressive
dei suoi dirigenti attuali nel campo dell’ideologia e della
creazione. Si sa che la direzione dell’Unione ha scritto sulla sua
bandiera formule promettenti come il richiamo allo spirito
innovatore, il rifiuto delle tradizioni in disuso, la lotta contro
l’«epigonismo», ecc. Ma è curioso che le stesse persone che
vogliono apparire molto radicali e persino ultra-rivoluzionarie nel
loro programma creatore, che pretendono al ruolo di distruttori dei
canoni invecchiati, che queste stesse persone, quando prendono parte
all’attività dell’Unione dei compositori, si rivelino
straordinariamente retrograde, impermeabili alle novità e ai
cambiamenti, conservatrici nei loro metodi di lavoro e di direzione,
e spesso paghino volentieri tributi, nelle questioni
d’organizzazione, alle peggiori tradizioni e all’«epigonismo»
tanto disprezzato, coltivando i procedimenti più limitati e
sfasciati quando si tratta di dirigere la vita e l’attività del
loro gruppo.
Come
questo avvenga è facile spiegare. Se una fraseologia tronfia sulle
sedicenti nuove tendenze della musica sovietica si associa a degli
aspetti che non sono per niente d’avanguardia, ciò solo basta a
provocare un dubbio legittimo sul carattere progressivo delle basi
ideologiche su cui riposano metodi così reazionari.
L’organizzazione
ha in tutte le cose una grande importanza, lo si capisce
perfettamente. Bisogna evidentemente procedere a una seria
ventilazione nelle organizzazioni di compositori e musicisti, bisogna
che un soffio fresco vi purifichi l’aria affinché si creino
condizioni normali per il lavoro creativo.
Ma
la questione dell’organizzazione, per importante che sia, non è
fondamentale. La questione fondamentale è l’orientamento della
musica sovietica. La discussione che si è svolta qui elude un po’
il problema e ciò è sbagliato. Se in musica cercate la frase
musicale chiara, anche sulla questione dell’orientamento della
nostra musica dobbiamo cercare di raggiungere la chiarezza. Alla
domanda: si tratta di due tendenze della musica? La discussione porta
una risposta del tutto netta: sì, è precisamente di questo che si
tratta. Benché certi compagni abbiano tentato di non chiamare le
cose con il loro nome e si sia suonato un po’ in sordina, è chiaro
che c’è una lotta tra le tendenze, che gli sforzi fatti per
sostituire un orientamento con un altro sono manifesti.
Nello
stesso tempo una parte dei nostri compagni ha preteso che non ci
fosse ragione di porre la questione della lotta delle tendenze, che
non si era prodotto alcun cambiamento di ordine qualitativo, che si
assisteva solo allo sviluppo dell’eredità classica nelle
condizioni dell’ambiente sovietico. Si è detto che non vi era
alcuna revisione dei fondamenti della musica classica e che, di
conseguenza, non vi era materia di discussione, che era inutile fare
rumore. Il problema si ridurrebbe tutt’al più a correzioni di
dettaglio, a casi isolati di ammirazione esagerata per la tecnica, a
errori isolati di carattere naturalista, ecc. È proprio perché
ci si è lasciati andare a un camuffamento di questo genere che
conviene diffondersi più in dettaglio sulla lotta tra le due
tendenze. Non si tratta evidentemente solo di correzioni, non basta
dire che
c’è un foro nel tetto del conservatorio e che bisogna tapparlo, e
non si può non essere d’accordo su questo con il compagno Šebalin,
ma il buco non è solo nel tetto del conservatorio, sarebbe riparato
in fretta; si è formata una breccia molto più importante nelle
fondamenta stesse della musica sovietica. Non vi sono su questo due
pareri e tutti gli oratori lo hanno mostrato: nell’attività
dell’Unione dei compositori il ruolo dirigente è svolto oggi da un
gruppo limitato di compositori. Si tratta dei compagni Šostakovič,
Prokof’ev, Miaskovskij, Chačaturjan, Popov, Kabalevskij, Šebalin.
Chi volete ancora
aggiungere a questi compagni?
(Una
voce dalla
sala:
«Šaporin»).
Quando
si parla del gruppo dirigente che tiene tutte le fila e tutte le
chiavi del «Comitato esecutivo delle arti» sono i nomi che si
dicono più spesso. Ammettiamo che questi compagni sono le principali
figure dirigenti della tendenza formalista in musica. E questa
tendenza è completamente falsa.
I
compagni suddetti hanno essi stessi preso qui la parola e dichiarato
di essere scontenti che all’Unione dei compositori
non vi sia atmosfera di critica, che li si loda esageratamente, che
sentono un certo indebolimento dei loro contatti con i quadri di base
dei compositori, con gli uditori, ecc. Ma, per constatare tutte
queste verità, senza dubbio non c’era bisogno di aspettare
un’opera incompleta o imperfetta. Queste confessioni avrebbero
potuto essere fatte molto prima. È che in fondo, per questo gruppo
dirigente di nostri compositori del clan formalista, il regime che
regnava fin qui nelle organizzazioni musicali non era, per moderare
l’espressione, «punto sgradevole». (Applausi).
C’è voluta la conferenza al Comitato Centrale del partito perché
questi compagni scoprissero
il fatto che questo regime copre dei lati negativi in questo modo. In
ogni caso, fino alla conferenza del Comitato Centrale, nessuno di
loro ha mai proposto di cambiare qualcosa nello stato di cose
esistente nell’Unione dei compositori. Le forze del
«tradizionalismo» e dell’«epigonismo» agivano senza debolezza.
Si è detto qui che era venuto il momento di cambiare del tutto le
cose. Non si può non essere d’accordo. Dato che i posti di comando
della musica sovietica sono occupati dai compagni in questione, dato
che è stato dimostrato che tentativi di criticarli avrebbero
provocato, come ha detto qui il compagno Zacharov,
un’esplosione, una mobilitazione immediata di tutte le forze contro
la critica, bisogna dedurne che sono precisamente questi compagni ad
avere creato questa insopportabile atmosfera da serra, di stagnazione
e di rapporti d’amicizia, che sono ora disposti a dichiarare
indesiderabili.
I
dirigenti dell’Unione dei compositori hanno detto qui che non vi è
oligarchia nell’Unione dei compositori. Ma allora ci si impone la
domanda: perché
si aggrappano tanto ai posti direttivi dell’Unione? Il potere per
se stesso li seduce? In altri termini, queste persone hanno preso
l’autorità nelle loro mani perché
è loro gradevole detenere l’autorità per se stessa, hanno
raggiunto un tale mangeria amministrativa, vogliono semplicemente
giocare ai piccoli principi come Vladimir Galickij
nel «Principe Igor»? (Ilarità).
Oppure questa dominazione si sarebbe stabilita in vista di dare alla
musica un orientamento determinato? Penso che la prima supposizione
cada
e che la seconda sia quella giusta. Non abbiamo ragione di affermare
che la direzione degli affari dell’Unione non sia legata
all’orientamento. Non possiamo indirizzare una tale accusa,
diciamo, a Šostakovič. Di
conseguenza, se si dirigeva, era per orientare.
Effettivamente
abbiamo di fronte una lotta molto acuta, anche se velata in
superficie, tra due tendenze. Una rappresenta nella musica sovietica
una base sana, progressiva, fondata sul riconoscimento dell’enorme
ruolo giocato dall’eredità classica e in particolare dalle
tradizioni della scuola musicale russa, sull’associazione di un
contenuto ideologico elevato, della verità realista, di legami
organici profondi con il popolo
e con la
sua creazione musicale
e canora,
— il tutto unito
a un alto livello di
maestria professionale. La seconda tendenza esprime un formalismo
estraneo all’arte sovietica, il rifiuto dell’eredità classica
con il pretesto di un falso sforzo verso la novità, il rifiuto del
carattere popolare della musica, il rifiuto di servire il popolo. Ciò
a beneficio delle emozioni strettamente individuali di un piccolo
gruppo di esteti eletti.
Questa
tendenza rimpiazza la musica naturale, bella, umana, con una musica
falsa, volgare, a volte semplicemente patologica. Inoltre è una
particolarità della seconda tendenza evitare gli attacchi frontali,
preferisce nascondere la sua attività revisionista sotto la maschera
di un preteso accordo con le proposizioni fondamentali del realismo
socialista. Tali metodi «di contrabbando» non sono evidentemente
nuovi, gli esempi del revisionismo che proclama il suo accordo con le
proposizioni fondamentali della teoria realista non mancano nella
storia. È tanto più necessario smascherare l’autentica natura di
questa seconda tendenza e il danno che essa ha fatto allo sviluppo
della musica sovietica.
Analizziamo
per esempio la questione dell’atteggiamento nei confronti
dell’eredità classica. I compositori in questione hanno un bel
giurare che stanno con i due piedi sul suolo dell’eredità
classica, non vi è mezzo di dimostrare che i partigiani della scuola
formalista proseguono e sviluppano le tradizioni della musica
classica. Qualunque uditore dirà che le opere dei compositori
sovietici del clan formalista sono radicalmente differenti dalla
musica classica. La musica classica si caratterizza per la verità e
il realismo, per l’arte di unire una forma che colpisce a un
contenuto profondo, di associare la più alta maestria alla
semplicità più accessibile. La musica classica in generale, la
musica classica russa in particolare, ignorano il formalismo e il
grossolano naturalismo. Ciò che le caratterizza è l’elevatezza
dell’idea: perché
sanno riconoscere le fonti della musica nell’opera musicale dei
popoli, provano rispetto e amore per il popolo, per la sua musica e
la sua canzone.
Quale
passo indietro fanno i nostri formalisti fuori dalla strada maestra
della nostra storia musicale quando demoliscono le basi della vera
musica e compongono una musica mostruosa, artificiosa, penetrata di
impressioni idealiste, estranea alle larghe masse del popolo,
indirizzata non a milioni di sovietici ma a qualche unità o a
qualche decina di eletti, a una «élite»! Come ciò assomiglia poco
a Glinka, a Čajkovskij, a Rimskij-Korsakov,
a Dargomyžskij, a Musorgskij,
che vedevano il principio della loro opera nella capacità di
esprimere lo spirito del popolo, il suo carattere! La volontà di
ignorare i bisogni del popolo, il suo spirito, la sua creazione,
significa che la tendenza formalista in musica ha un carattere
nettamente antipopolare.
Se
tra certi compositori sovietici ha spazio quella teoria illusoria
secondo la quale «saremo compresi tra cinquanta o cento anni», «se
i nostri contemporanei non possono comprenderci, i posteri ci
comprenderanno», è una cosa semplicemente spaventosa. Se siete già
abituati a questo pensiero, tale abitudine è estremamente
pericolosa.
Simili
ragionamenti significano che si rompe col popolo. Se io —
scrittore, artista, letterato, responsabile del partito — non cerco
di essere compreso dai miei contemporanei, allora per chi vivo e
lavoro? Ma ciò conduce al vuoto spirituale, all’immobilismo. Si
dice che certi critici musicali adulatori mormorano ai compositori,
in particolare ora, delle «consolazioni» di questo genere. Ma dei
compositori possono forse ascoltare a sangue freddo simili consigli,
senza trascinare i consiglieri almeno davanti alla
corte
d’onore?
Ricordatevi
come i classici rispondevano alle esigenze del popolo. Da noi si
dimentica già in che termini luminosi si sono espressi i «Cinque
Grandi»2
e il grande critico musicale Stasov, loro compagno, sul carattere
popolare della musica. Si dimentica la notevole frase di Glinka sui
rapporti tra il popolo e gli artisti: «Chi crea la musica è il
popolo e noi artisti non facciamo che comporla». Si dimentica che i
corifei dell’arte musicale non hanno scartato alcun genere, quando
quei generi li aiutavano a promuovere l’arte nelle larghe masse
popolari. Ma voi scartate persino generi come l’opera, considerate
l’opera una creazione di second’ordine, le contrapponete la
musica sinfonica strumentale, per non dire del vostro atteggiamento
sdegnoso verso la musica da canto, la musica corale o la musica da
concerto: trovate vergognoso abbassarvi fino a esse e soddisfare le
esigenze popolari. Tuttavia Musorgskij
musicò
l’«Hopak», Glinka utilizzò il
«Komarinskij»
in una delle sue meravigliose opere. Forse bisognerà riconoscere che
il proprietario fondiario Glinka, il funzionario zarista Serov e il
gentiluomo Stasov erano più democratici di voi. È paradossale, ma è
un fatto. Avete spesso giurato solennemente che siete per la musica
popolare; se è così, perché
nelle vostre opere utilizzate così poco le melodie popolari? Perché
si ripetono i difetti che criticava già Serov quando mostrava che la
musica «sapiente», cioè professionale, si sviluppava
parallelamente e indipendentemente da quella popolare? Forse da noi
la musica sinfonica strumentale si sviluppa in uno stretto rapporto
reciproco con la musica popolare, che sia la canzone, la musica da
concerto o la musica corale? No, questo non si può dire. Al
contrario si constata qui innegabilmente una rottura che deriva dalla
sottovalutazione della musica popolare da parte dei nostri
sinfonisti. Richiamerò in quali termini Serov caratterizzava il suo
atteggiamento verso la musica popolare. Penso al suo articolo La
musica dei canti della Russia del Sud
dove diceva:
«Le
canzoni popolari in quanto organismi musicali non sono assolutamente
l’opera di talenti isolati, ma la produzione di un intero popolo;
sono, per tutta la loro struttura, molto differenti dalla musica
artificiale che risulta da una cosciente imitazione dei modelli, che
è prodotto della scuola e della riflessione. Sono i fiori di un dato
punto, apparsi come di per sé,
sbocciati in tutta la loro luce senza la minima pretesa d’autore e
di conseguenza non assomigliano affatto a quei prodotti di vaso o di
serra della composizione colta. È perché
appare più chiaramente in essi l’ingenuità della creazione e (per
riprendere la giusta espressione di Gogol’ nelle Anime
morte) l’alta
saggezza della semplicità, grazia essenziale e segreto essenziale di
ogni creazione artistica.
«Come
un giglio nel suo splendore perfetto eclissa il brillare del broccato
e delle pietre preziose, allo stesso modo la musica popolare, per la
sua semplicità infantile, è mille volte più ricca e più forte di
tutti gli artifici dell’arte di scuola, preconizzati dai pedanti
nei conservatori e nelle accademie musicali»3.
Come
tutto è buono, giusto e forte! Come è ben colto l’essenziale: lo
sviluppo della musica deve avvenire sulla base di un’azione
reciproca, di un arricchimento della musica «colta» da parte della
musica popolare! Ma dai nostri teorici e critici di oggi questo tema
è quasi completamente scomparso. Ciò conferma una volta di più il
pericolo che corrono i capofila della musica contemporanea, di
separarsi dal popolo quando rinunciano a una fonte così bella di
creazione come la canzone e la melodia popolari. Una simile
separazione non può evidentemente essere il risultato della musica
sovietica.
Permettetemi
di passare alla questione dei rapporti tra musica nazionale e musica
straniera. Alcuni compagni hanno detto qui, con ragione, che si
constata un immobilismo e anche un certo orientamento verso la musica
borghese occidentale contemporanea, verso la musica decadente, che è
ugualmente uno dei tratti fondamentali dell’indirizzo formalista
nella musica sovietica.
Stasov
ha parlato molto bene a suo tempo dei rapporti della musica russa con
la musica dell’Europa occidentale nel suo articolo Ciò
che frena la nuova arte russa,
in cui scrive:
«È
ridicolo negare la scienza, la conoscenza in qualche campo che sia
compreso nel settore musicale. Ma i giovani musicisti russi che non
hanno dietro di sé
come in Europa, per sostenerli, una lunga catena di periodi
scolastici guardano con audacia la scienza in fasce: la venerano,
utilizzano i suoi benefici, ma senza esagerazioni e senza servilismo.
Negano la necessità della sua aridità e dei suoi eccessi pesanti,
rifiutano i giochi ginnici ai quali danno tanta importanza migliaia
di europei, non credono che ci sia bisogno di vegetare umilmente
lunghi anni su questi misteri sacrosanti»4.
Così
parlava Stasov della musica classica dell’Europa occidentale. Per
ciò che riguarda la musica borghese contemporanea, che si trova in
piena decadenza e degradazione, non vi è nulla da ricavarne. A
maggior ragione sono assurde e ridicole le manifestazioni di
servilismo davanti a una musica simile.
Se
si studia la storia della nostra musica russa, poi sovietica, si
giunge alla conclusione che è sorta, si è sviluppata ed è divenuta
una forza possente proprio perché
è riuscita a stare sui propri piedi e a trovare una sua via di
sviluppo, che le ha dato la possibilità di mettere a nudo la
ricchezza del mondo interiore del nostro popolo. Si sbagliano
profondamente coloro che pensano che lo sbocciare della musica
nazionale russa, come anche quella degli altri popoli sovietici,
significhi
un indebolimento dell’internazionalismo nell’arte.
L’internazionalismo non nasce sulla base di un indebolimento e di
un impoverimento dell’arte nazionale. Al contrario,
l’internazionalismo nasce là dove sboccia l’arte nazionale.
Dimenticare questa verità significa perdere l’orientamento,
perdere la propria
identità, divenire dei
cosmopoliti senza radici.
Può apprezzare la ricchezza musicale degli altri popoli solo quel
popolo che possiede una cultura musicale molto sviluppata. Non si può
essere un internazionalista in musica, come in ogni
altra
cosa,
senza essere un autentico patriota. Se alla base
dell’internazionalismo c’è il rispetto degli altri popoli, non
si può essere un internazionalista senza rispettare e senza amare il
proprio popolo.
Ciò
è provato da tutta l’esperienza dell’URSS. Di conseguenza,
l’internazionalismo nella musica, il rispetto dell’opera degli
altri popoli, si sviluppano sulla base dell’arricchimento e dello
sviluppo dell’arte musicale nazionale, sulla base di un
arricchimento tale da dare un contributo agli altri popoli e non
sulla base di un impoverimento dell’arte nazionale, di una cieca
imitazione dei modelli stranieri e dell’annullamento delle
particolarità del carattere nazionale nella musica. Niente di tutto
ciò deve essere dimenticato finché
si parla dei rapporti tra la musica sovietica e la musica straniera.
Continuiamo.
Quando si dice che la tendenza formalista si stacca dei princìpi
dell’eredità classica, non si può non parlare dell’indebolimento
del ruolo della musica
descrittiva. Se ne
è già parlato qui, ma l’essenza del principio di questa questione
non è stata
convenientemente chiarita.
È perfettamente evidente che la musica descrittiva ha meno
importanza e non ne ha più del tutto. Le cose sono giunte al punto
che si è obbligati a spiegare il contenuto di un’opera musicale
nuova anche dopo che è stata suonata. Si è formata tutta una nuova
professione, quella dei commentatori, reclutati tra gli amici, che si
sforzano in base alle loro congetture personali di decifrare il
contenuto delle opere musicali già suonate, il cui senso oscuro, a
quanto si dice, non è per niente chiaro nemmeno agli stessi autori.
Dimenticare la musica a programma è lo stesso che staccarsi dalle
tradizioni progressive. Si sa che la musica classica russa era,
generalmente, a programma.
Si
è parlato qui della volontà di innovare. Si è detto che questa
volontà di innovare non era lontana dall’essere il tratto
distintivo principale della tendenza formalista. Ma la volontà di
innovare non è fine a se stessa; il nuovo deve essere migliore del
vecchio, altrimenti non ha ragion d’essere. Mi sembra che i
partigiani della tendenza formalista utilizzino principalmente questa
paroletta al
fine di propagandare della cattiva musica. Non si può, pertanto,
qualificare come innovazioni tutte le originalità, tutte le smorfie
e tutte le capriole nella musica. Se non si vuole contentarsi di
lanciare delle parole altisonanti bisogna chiarire da quale vecchio
si sta tentando di allontanarsi e verso quale nuovo bisogna tendere.
Se non si fa ciò, allora le frasi sull’innovazione nella musica
non vogliono significare che una cosa: revisione dei fondamenti della
musica. Ciò non può significare altro che il rifiuto di leggi e
norme da cui non ci si può allontanare. L’innovazione non coincide
sempre con il progresso. Si riempie la testa a tanti giovani
musicisti con lo spirito di innovazione come con uno spauracchio
dicendo loro che se non sono originali, nuovi, significa che sono
prigionieri delle tradizioni conservatrici. Ma siccome innovazione
non è sinonimo di progresso, la diffusione di tali opinioni
rappresenta una profonda illusione, se non un imbroglio.
Ora,
l’«innovazione» dei formalisti non è nemmeno nuova, poiché
questo nuovo risente della musica borghese decadente dell’Europa e
dell’America contemporanee. Ecco dove bisogna denunciare gli
autentici epigoni!
Ci
fu un tempo in cui nelle scuole primarie e secondarie, come vi
ricorderete, ci si era fissati sul metodo delle «brigate
laboratorio» e sul piano «Dalton», secondo i quali il ruolo del
maestro a scuola era ridotto al minimo, mentre ogni allievo aveva il
diritto, all’inizio della lezione, di fissare il programma della
classe. Il maestro, arrivando per la lezione, domandava agli allievi:
«Che cosa faremo oggi?». Gli allievi rispondevano: «Parlateci
dell’Artico, parlateci dell’Atlantico, parlateci di Čapaev,
parlateci del Dneprostroj». Il maestro doveva piegarsi a tutte
queste esigenze. Questo si chiamava il metodo della «brigata
laboratorio». In effetti questo significava che tutta
l’organizzazione dell’insegnamento era messa sottosopra, poiché
gli allievi erano i dirigenti e il maestro diretto. All’epoca
i libri di testo raccoglievano la polvere,
il sistema di valutazione
a cinque punti era
sparito. Tutto questo costituiva una novità. Ma, mi domando, queste
novità erano progressive?
Il
partito, come si sa, ha soppresso queste «novità». Perché?
Perché
queste «novità» molto «a sinistra» nella forma erano in realtà
perfettamente reazionarie e conducevano alla liquidazione della
scuola.
Altro
esempio. Non molto tempo fa è stata organizzata un’Accademia delle
Belle Arti. La pittura è vostra sorella, una delle Muse. In pittura,
come sapete, le influenze borghesi furono forti, a un certo punto; si
manifestavano senza sosta sotto la bandiera più «sinistra», si
incollavano le etichette di futurismo, di cubismo, di modernismo; «si
rovesciava» l’«accademismo putrido», si preconizzava
l’innovazione. Questa innovazione si esprimeva in cose da pazzi: si
disegnava, per esempio, una donna con una testa su quaranta gambe, un
occhio che guardava di qui e l’altro al diavolo. (Ilarità,
animazione nella sala).
Come
è finito tutto ciò? Con un crollo completo della «nuova tendenza».
Il partito ha pienamente dato la sua importanza all’eredità
classica di Repin, di Brjullov,
di Vereščagin, di Vasnecov,
di Surikov. Abbiamo fatto bene a conservare i tesori della pittura
classica e a mettere
in disparte i liquidatori della pittura?
La
sopravvivenza di simili «scuole» non avrebbe significato la
liquidazione della pittura? Per caso il Comitato Centrale, nel
difendere la tradizione classica nella pittura, si è comportato da
«conservatore», si è trovato sotto l’influenza del
«tradizionalismo», dell’«epigonismo», ecc.? Tutto ciò non sta
in piedi!
È
la stessa cosa per la musica. Noi non affermiamo che l’eredità
classica è la vetta assoluta della cultura musicale. Se parlassimo
così, significherebbe riconoscere che il progresso è terminato con
i classici. Ma fino ad ora i modelli classici restano insuperati. Ciò
vuol dire che bisogna studiare e ancora studiare, prendere
dall’eredità classica tutto il meglio di cui abbiamo bisogno per
lo sviluppo ulteriore della musica sovietica.
Si
parla di epigonismo e di altre futilità, e con queste parole si
spaventa la gioventù per distoglierla dall’apprendere dai
classici. Si lancia la parola d’ordine che occorre superare i
classici. È evidentemente giustissimo. Ma per superarli bisogna
incominciare a raggiungerli, ed è uno stadio che trascurate come se
fosse già una tappa superata. Ma, per parlare sinceramente ed
esprimere il pensiero dello spettatore e dell’uditore sovietico,
non sarebbe del tutto male se si vedesse apparire presso di noi un
po’ più di opere somiglianti ai classici per il contenuto e per la
forma, per l’eleganza, la bellezza e la musicalità. Se questo è
l’«epigonismo», bene, a dire il vero, non c’è vergogna ad
essere un simile epigono!
Una
parola sulle deviazioni naturalistiche. È apparso qui che ci si
stacca sempre di più dalle norme naturali e sane della musica. Si fa
sempre più posto, nella nostra musica, a elementi di grossolano
naturalismo. Ecco come
novant’anni fa Serov metteva in guardia i suoi contemporanei contro
il fascino d’un naturalismo grossolano:
«Nella
natura ci sono moltissimi suoni differenti per natura e qualità, ma
tutti quei suoni che in certi casi si chiamano rumore, rotolio,
fracasso, scricchiolio, sciaquio, grugnito, ronzio, tintinnio, urlio,
stridio, fischio, parole, borbottio, brusio, mormorio, ecc., e altre
circostanze non possono esprimersi con il linguaggio, tutti
questi rumori o non entrano per niente nella composizione della
lingua musicale, o ci entrano a titolo eccezionale (suoni di campane,
cimbali, triangoli, rullio di tamburo, di timpano, ecc.).
«La
materia propriamente musicale è un suono di qualità particolare»5.
Non
è vero, non è giusto che il suono dei cimbali o il rullio del
tamburo dev’essere l’eccezione e non la regola in un’opera
musicale?! Non è chiaro che non ogni rumore naturale dev’essere
trasferito in un’opera musicale?! Ora, quanta insolente
infatuazione
per un naturalismo volgare che
rappresenta senza
dubbio un passo indietro c’è
fra noi!
Bisogna
dire chiaro e tondo che tutta una serie di opere contemporanee sono a
tal punto strapiene di rumori naturalisti che ricordano, scusate
l’ineleganza dell’espressione, sia il trapano del dentista, sia
una camera a gas
musicale. Sono
semplicemente
insopportabili,
fateci caso!
(Ilarità,
applausi).
È
qui che si comincia a uscire dai limiti del razionale, dai limiti non
solo delle normali emozioni umane, ma anche dalla ragione dell’uomo
normale. Vi sono, è vero, oggi delle «teorie» di moda che
pretendono che lo stato patologico sia una forma superiore
dell’umanità e che gli schizofrenici e i paranoici nel loro
delirio possano
raggiungere altezze spirituali cui non giungerà mai un uomo normale.
Queste «teorie» non
sono evidentemente
accidentali, sono molto caratteristiche dell’epoca di putrefazione
e decomposizione della cultura borghese. Ma lasciamo tutte queste
«ricerche» ai pazzi, pretendiamo dai nostri compositori una musica
normale, umana.
Quale
è il risultato del dimenticare le leggi e le norme della creazione
musicale? La musica si è vendicata degli sforzi per snaturarla.
Quando la musica perde ogni contenuto, ogni qualità artistica,
quando diventa inelegante, brutta, volgare, e cessa di soddisfare i
bisogni per cui esiste, cessa di essere se stessa.
Vi
stupite forse che al Comitato Centrale del partito si pretenda dalla
musica bellezza ed eleganza. Che cosa succede allora?! Ebbene no, non
è un lapsus, dichiariamo di essere per una musica bella ed elegante,
una musica capace di soddisfare i bisogni estetici e i gusti
artistici dei sovietici,
e questi bisogni e questi gusti sono incredibilmente cresciuti. Il
popolo apprezza il talento di un’opera musicale nella misura in cui
essa riflette profondamente lo spirito della nostra epoca, lo spirito
del nostro popolo, nella misura in cui è accessibile alle larghe
masse. Che cosa è dunque geniale in musica? Non è affatto quello
che può apprezzare solo un individuo o un piccolo gruppo di esteti
raffinati; un’opera musicale è tanto più geniale quanto più il
contenuto è ricco e profondo, più la maestria è alta, più grande
è il numero di quelli che la riconoscono, il numero di quelli che è
capace di ispirare. Non tutto ciò che è accessibile è geniale, ma
tutto ciò che è veramente geniale è accessibile, e tanto più
geniale quanto più accessibile alle larghe masse del popolo.
A.
N. Serov
aveva profondamente ragione quando diceva: «Contro la vera bellezza
in arte il tempo è impotente, altrimenti non si amerebbero più né
Omero, Dante o Shakespeare, né
Raffaello, Tiziano o Poussin, né
Palestrina, Händel
o Gluck…»6.
Un’opera
musicale è tanto più alta quando fa entrare in risonanza più corde
dell’animo umano. L’uomo, dal punto di vista della sua percezione
musicale, è una membrana meravigliosamente ricca, un ricevitore che
lavora su migliaia di onde — si
può senza dubbio scegliere un paragone migliore
— e per commuoverlo non basta una sola nota, una sola corda, una
sola emozione.
Se
un compositore non è capace di far vibrare che una o qualcuna delle
corde umane, ciò non basta, perché
l’uomo moderno e soprattutto il nostro, l’uomo sovietico, si
presenta oggi come un organismo percettivo estremamente complesso. Se
Glinka, Čajkovskij, Serov hanno parlato dell’alto sviluppo del
senso musicale nel popolo russo, al tempo in cui si esprimevano così
il popolo russo non aveva ancora una vasta idea della musica
classica. Sotto il potere sovietico la cultura musicale del popolo si
è straordinariamente sviluppata; già oggi il suo gusto artistico si
è arricchito in seguito alla diffusione della nostra musica. Se
avete lasciato impoverire la musica, se, come è accaduto nell’opera
di Muradeli, non sono utilizzate né
le possibilità dell’orchestra né
le attitudini dei cantanti, allora avete smesso di soddisfare i
bisogni musicali dei vostri uditori. Si raccoglie quello che si è
seminato. I compositori le cui opere sono incomprensibili al popolo
non devono aspettarsi che il popolo, che non ha compreso la loro
musica, «si elevi» fino a loro. La musica inintelligibile per il
popolo gli è inutile. I compositori devono prendersela non con il
popolo ma con se stessi, devono fare la critica del loro proprio
lavoro, capire perché
non hanno soddisfatto il loro popolo, perché
non hanno meritato la sua approvazione, e quello che devono fare per
essere compresi e vedere le loro opere approvate.
Ecco
in che senso bisogna riformare il vostro lavoro. Non
è forse così?
(Voci
dalla
sala:
«Giusto!»).
Inoltre,
correte il rischio di perdere l’abilità nella vostra professione.
Se le deviazioni formaliste impoveriscono la musica, esse comportano
ancora un altro pericolo: quello di rovinare l’abilità
professionale. A questo proposito mi è necessario soffermarmi su di
un errore molto diffuso, secondo il quale la musica classica sarebbe
più semplice e la musica moderna più complessa, considerando la
complicazione della tecnica contemporanea come un passo in avanti,
dato che tutto lo sviluppo va dal semplice al complesso e dal
particolare al generale. Non è vero che ogni complicazione significa
maggiore maestria. No, non comunque. È un grave errore prendere ogni
complicazione per un progresso. Ne darò un esempio: si sa che la
lingua letteraria russa utilizza un gran numero di parole straniere,
si sa come Lenin prendeva in giro l’abuso di tali termini e come
combatté
per epurare la lingua nazionale dai prestiti che l’ingorgavano. La
complicazione della lingua
per l’introduzione di una parola straniera, là dove vi è la
possibilità di usare la parola russa, non è mai passata per un
progresso linguistico. Per esempio la parola straniera «lösung»
(parola
d’ordine) è sostituita oggi dalla parola russa corrispondente;
questo non costituisce un passo in avanti?! Lo stesso in musica.
Sotto la maschera di una complicazione puramente esteriore, si
nasconde una tendenza all’impoverimento della musica. La lingua
musicale diviene inespressiva. Vi si introducono tanti elementi
grossolani, volgari, falsi, che essa cessa di rispondere al suo
scopo: procurare un godimento. Il significato estetico della musica
deve dunque essere abolito? È in questo, ditemi, che consiste
l’innovazione? Oppure la musica diviene una conversazione del
compositore con se stesso? Ma allora perché
imporla al popolo? Questa musica diviene antipopolare, strettamente
individualista, e il popolo ha il diritto di divenire, e in effetti
lo diviene, indifferente al suo destino. Se si esige dall’uditore
che lodi una musica grossolana, inelegante, volgare, fondata su
stonature, su dissonanze continue, quando le consonanze diventano un
caso particolare e le false note e la loro combinazione la regola,
significa che ci si è allontanati dalle norme fondamentali della
musica. Tutto ciò, nell’insieme, minaccia la musica di
liquidazione, proprio come il cubismo e il futurismo in pittura
rappresentano nient’altro che una minaccia di distruzione della
pittura. Una musica che volontariamente ignora le emozioni umane
normali e scuote la psiche e il sistema nervoso non può essere
popolare, non può essere al servizio della società.
Si
è parlato qui di un attaccamento unilaterale alla
musica sinfonica strumentale senza testo. Questo dimenticare la
diversità dei generi musicali non è giusto. A cosa conduce lo si
può giudicare dall’opera di Muradeli. Rammentate
come i grandi maestri dell’arte variassero generosamente i generi.
Comprendevano che il popolo domandava la diversità. Perché
siete così diversi dai vostri grandi predecessori?
Siete insensibili rispetto a loro che, occupando le cime dell’arte,
scrivevano per il popolo, a solo, cori e musica orchestrale.
Parliamo
della sparizione della melodia nella musica. La musica contemporanea
è caratterizzata dall’amore unilaterale per il ritmo a spese della
melodia. Ma sappiamo che la musica dà piacere solo quando tutti i
suoi elementi, la melodia, il canto, il ritmo, si trovano in una
certa unione armoniosa. L’attenzione unilaterale accordata a uno di
essi a spese di un altro porta a distruggere la corretta interazione
dei diversi elementi della musica, cosa che non può evidentemente
essere accettata da un orecchio umano normale.
Ci
si lascia anche andare a utilizzare gli strumenti fuori dalla loro
propria destinazione; il piano, per esempio, si cambia in strumento a
percussione. Si riduce il ruolo della musica vocale a beneficio di
uno sviluppo unilaterale della musica strumentale. La musica vocale
stessa tiene sempre meno conto delle
norme dell’arte vocale. Le
osservazioni critiche dei cantanti, qui espresse dalle compagne
Dzeržinskaja
e Katulskaja, devono essere soppesate con la massima attenzione.
Molte
deroghe rispetto alle norme dell’arte musicale significano
violazione non solo delle basi funzionali normali del suono musicale,
ma anche delle basi psicologiche dell’orecchio umano normale.
Purtroppo non si è ancora abbastanza indagato il campo della teoria
che tratta dell’influenza psicologica della musica sull’organismo
umano. Tuttavia bisogna ammettere che una musica brutta, disarmonica,
lede senza alcun dubbio l’attività psicofisiologica dell’uomo.
Conclusioni.
Bisogna ristabilire pienamente l’importanza dell’eredità
classica, bisogna ristabilire una musica umana normale. Bisogna
sottolineare il pericolo di liquidazione che l’orientamento
formalista fa correre alla musica e condannare questa tendenza come
un tentativo alla Erostrato per distruggere il tempio dell’arte
costruito dai grandi maestri della cultura musicale. Bisogna che
tutti i nostri compositori si trasformino e si volgano verso il
nostro popolo. Bisogna che tutti si rendano conto che il partito, che
esprime gli interessi del nostro Stato, del nostro popolo, non
sosterrà che la tendenza sana, progressiva, della musica, quella del
realismo socialista sovietico.
Compagni!
Se l’alta dignità di compositore sovietico vi è cara, dovete
mostrare che siete capaci di servire il vostro popolo meglio di
quanto abbiate fatto finora. Un serio esame vi attende. La tendenza
formalista in musica è stata condannata dal partito già da dodici
anni. Nel corso di questo periodo il governo ha ricompensato con il
premio Stalin alcuni di voi, compresi certuni che avevano peccato di
formalismo. Queste ricompense erano un invito. Noi non credevamo,
pertanto, che le vostre opere fossero esenti da errori, ma
pazientiamo aspettando che i nostri compositori trovino in se stessi
la forza per scegliere la strada giusta. Per ora ognuno vede che
l’intervento del partito era necessario. Il Comitato Centrale vi
dichiara senza ambiguità che sulla via da voi scelta la nostra
musica non avrà gloria. I compositori sovietici hanno dei compiti di
responsabilità al più alto grado. Il principale è sviluppare e
perfezionare la musica sovietica. L’altro consiste nel difendere la
musica sovietica contro l’intrusione degli elementi della decadenza
borghese. Non bisogna dimenticare che l’URSS è attualmente
l’autentica depositaria della cultura musicale universale, come
anche in tutti gli altri campi è il baluardo
della civiltà e della cultura umana contro la decadenza borghese e
la decomposizione della cultura. Bisogna aspettarsi che alle
influenze borghesi venute da oltre frontiera facciano eco delle
sopravvivenze del capitalismo nella coscienza di qualche
rappresentante dell’intellettualità sovietica, dove si traducono
in sforzi di una folle leggerezza per barattare i tesori della musica
sovietica con lo stracciume dell’arte borghese contemporanea. Così
non è solo l’orecchio musicale, ma anche l’orecchio politico dei
compositori sovietici che dev’essere più sensibile. I vostri
legami con il popolo devono essere più stretti che mai. Dovete
tendere alla critica un orecchio molto attento. Dovete seguire i
processi che si sviluppano nell’arte occidentale. Ma il vostro
compito non consiste solo nell’impedire la penetrazione delle
influenze borghesi nella musica sovietica. Il vostro compito consiste
nel confermare la superiorità della musica sovietica, nel creare una
possente musica sovietica, che incorpori quanto vi è di meglio nel
passato della musica, che rifletta la società sovietica di oggi e
possa elevare ancora più in alto la cultura del nostro popolo e la
sua coscienza comunista.
Noi
bolscevichi non rifiutiamo l’eredità culturale. Al contrario
assimiliamo con spirito critico l’eredità culturale di tutti i
popoli, di tutte le epoche, per afferrarne
tutto ciò che può ispirare ai lavoratori della società sovietica
grandi azioni nel campo del lavoro, della scienza e della cultura.
Dovete aiutare il popolo in questo: se non vi proponete questo
compito, se non vi dedicate ad esso interamente, con tutto il vostro
ardore e il vostro entusiasmo creativo, allora non assolverete al
vostro ruolo storico.
Compagni!
Vogliamo, auspichiamo appassionatamente di avere anche noi «Cinque
Grandi», che i nostri musicisti siano più numerosi e più forti di
quelli che hanno un tempo meravigliato il mondo con il loro talento e
fatto onore al nostro popolo. Per essere forti dovete gettare via
dalla vostra strada tutto ciò che può indebolirvi e scegliere le
sole armi che vi aiuteranno a essere forti e possenti. Se utilizzate
a fondo l’eredità della geniale musica classica e nello stesso
tempo la sviluppate nello spirito delle nuove esigenze della nostra
grande epoca, sarete i «Cinque Grandi» sovietici. Vogliamo che il
ritardo di cui soffrite sia ricuperato
il più presto possibile, che vi riformiate e trasformiate nella
gloriosa coorte dei compositori sovietici, orgoglio di tutto il
popolo sovietico. (Applausi
vivissimi, prolungati).
―
A.
Ždanov,
Arte
e socialismo,
Cooperativa Editrice
«Nuova Cultura»,
Milano
1970,
pp. 111-135.
1 Pronunciato
il 13 gennaio 1948 e pubblicato nella rivista Sovetskaja muzyka,
n. 1, 1948, e poi nel
Bol’ševik,
n. 6, 30 marzo
dello stesso anno.
2 «I
Cinque Grandi» (letteralmente: «il gruppo vigoroso»), nome dato a
un gruppo di compositori russi attorno al 1860. I suoi principali
rappresentanti erano Balakirev, Musorgskij,
Borodin,
Rimskij-Korsakov
e Kjui.
3 A.
N. Serov, Articoli
critici,
ediz.
in
lingua
russa,
vol. III, p. 1931.
4 V.
V. Stasov, Opere
scelte in due volumi,
ediz.
in
lingua
russa, vol.
II, p. 223.
5 A.
N. Serov, Articoli
critici,
cit.,
vol. I, p. 504.
6 A.
N. Serov, Articoli
critici,
cit.,
vol. II, p. 1036.

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