Sulle riviste «Zvezda» e «Leningrad»
RAPPORTO
SULLE RIVISTE ZVEZDA E
LENINGRAD1
Compagni!
Dalla
risoluzione del Comitato Centrale appare chiaro che l’errore più
grossolano della rivista Zvezda
è quello d’aver messo
le sue pagine a disposizione della «creazione» letteraria di
Zoščenko
e della Achmatova.
Ritengo di non aver bisogno di citare qui «l’opera» di Zoščenko,
Le
avventure di una scimmia.
Certamente voi tutti l’avete letta e la conoscete meglio di me. Il
significato di quest’«opera» di Zoščenko
sta nel fatto che egli raffigura i cittadini sovietici come dei
fannulloni e dei degenerati, della gente sciocca e primitiva. A
Zoščenko
non interessa affatto il lavoro del popolo sovietico, non interessano
i suoi sforzi e il suo eroismo, le sue elevate qualità sociali e
morali. Nelle sue opere questo argomento è sempre mancato. Zoščenko,
proprio come un volgare piccolo borghese, ha scelto come suo tema
permanente la ricerca dei lati più bassi ed insignificanti
dell’esistenza. E questo frugare nella mediocrità dell’esistenza
non è casuale. Esso è caratteristico dello
scrittore
piccolo-borghese
più scadente,
quale è anche Zoščenko.
A suo tempo Gor’kij l’aveva detto molte volte. Vi ricordate come
nel 1934, al congresso degli scrittori sovietici, Gor’kij abbia
bollato
i cosiddetti «letterati» che non vedono più in là della fuliggine
della cucina e del bagno.
Le
avventure di una scimmia
non sono per Zoščenko
qualche cosa che esula dai limiti dei suoi scritti consueti. Questa
«opera» ha richiamato l’attenzione della critica soltanto come
l’espressione più evidente di quanto vi è di negativo nella
«creazione» letteraria di Zoščenko.
È
noto che, dal momento del suo ritorno a Leningrado dopo lo
sfollamento, Zoščenko
ha
scritto una serie di opere che denunciano la sua incapacità di
trovare nella vita del popolo sovietico una sola manifestazione
positiva, un solo elemento positivo. Come nelle
Avventure
di una scimmia,
Zoščenko
è solito mettere in ridicolo il modo di vivere sovietico, gli
ordinamenti
sovietici,
il popolo sovietico, nascondendo questa beffa sotto la maschera di
un’arguzia vuota, di uno sterile umorismo.
Se
rileggete più attentamente il racconto Le avventure di una
scimmia e ci riflettete, vedrete che Zoščenko investe la
scimmia della funzione di giudice supremo dei nostri ordinamenti
sociali e la costringe a fare una specie di morale al popolo
sovietico. La scimmia è rappresentata come un principio razionale a
cui è dato di pronunciare giudizi sulla condotta degli uomini. A
Zoščenko è stato necessario rappresentare la vita del popolo
sovietico in maniera intenzionalmente deformata, caricaturale e
volgare, per poter mettere sulle labbra della scimmia la maligna,
velenosa sentenza antisovietica, secondo cui nel giardino zoologico
si vivrebbe meglio che in libertà e in gabbia si respirerebbe più
liberamente che in mezzo al popolo sovietico.
Si
può cadere a un grado più basso di degenerazione morale e politica?
E come possono i cittadini di Leningrado tollerare sulle pagine delle
loro riviste una simile volgarità e bassezza?
Se
dalla rivista Zvezda vengono offerte ai lettori
sovietici «opere» di questo genere, come deve essere debole la
vigilanza di coloro che dirigono la rivista Zvezda
perché vi possano comparire delle opere corrotte dal veleno
d’un’ostilità bestiale verso il sistema sovietico! Soltanto la
feccia della letteratura può creare «opere» simili e soltanto
persone cieche e apolitiche possono metterle in circolazione.
Dicono
che il racconto di Zoščenko
abbia fatto il giro degli
spettacoli di
varietà di Leningrado. Come deve essere indebolita la direzione del
lavoro ideologico a Leningrado perché si possano verificare simili
fatti!
Con
la sua ripugnante morale Zoščenko è riuscito dunque a penetrare
nelle pagine di una grande rivista di Leningrado ed a sistemarvisi
con ogni comodità. Eppure la rivista Zvezda
è l’organo che dovrebbe educare la nostra gioventù. Ma può
assolvere questo compito una rivista che ospita uno scrittore così
volgare e non sovietico come Zoščenko?!
Forse che alla redazione di Zvezda
non è nota la fisionomia di Zoščenko?!
Eppure
ancora molto di recente, all’inizio del 1944, il rivoltante
racconto di Zoščenko Prima dell’alba, scritto mentre
divampava la guerra di liberazione del popolo sovietico contro gli
invasori tedeschi, è stato sottoposto ad una severa critica nella
rivista Bol’ševik. In questo racconto Zoščenko metteva a
nudo la sua volgare e bassa animuccia e lo faceva con piacere, con
gusto, con il desiderio di dichiarare a tutti: vedete che razza di
mascalzone sono.
È
difficile trovare nella nostra letteratura qualcosa di più
ripugnante della «morale» che Zoščenko va predicando nel racconto
Prima
dell’alba
dove raffigura gli uomini e se stesso come bestie immonde e lascive,
senza pudore, senza coscienza. Ed egli proponeva ai lettori sovietici
questa morale nel periodo in cui il nostro popolo versava il suo
sangue in una guerra terribilmente difficile, in cui la vita dello
Stato
sovietico era attaccata ad un filo, in cui il popolo sovietico faceva
sacrifici incalcolabili per conseguire
la vittoria sui tedeschi. Ma Zoščenko, trinceratosi ad AlmaAta, nel
più remoto retroterra, non aiutò allora in nulla il popolo
sovietico nella sua lotta contro gli invasori tedeschi. Ben
giustamente la rivista Bol’ševik
sferzò pubblicamente Zoščenko dichiarandolo un volgare autore di
pasquinate, estraneo alla letteratura sovietica. Egli allora se ne
infischiò dell’opinione pubblica. E non erano ancora passati due
anni, non si era ancora asciugato l’inchiostro con cui era stata
scritta quella recensione del Bol’ševik,
e lo stesso Zoščenko arriva trionfalmente a Leningrado e riprende
a far mostra di sé
sulle pagine dei giornali di Leningrado. Non solo la Zvezda,
ma anche la rivista Leningrad
lo accoglie
volentieri. Viene
accolto con deferenza nelle
sale dei
teatri.
Non solo, ma gli danno anche il modo di occupare una posizione
dirigente nella sezione di Leningrado dell’Unione degli scrittori e
di svolgere una funzione attiva nell’ambiente letterario di
Leningrado. Ma in base a che cosa voi date la possibilità a Zoščenko
di passeggiare per i giardini ed i parchi della letteratura di
Leningrado? Perché i comunisti
più attivi di Leningrado e l’organizzazione degli scrittori di
Leningrado hanno tollerato questi fatti vergognosi?!
La
fisionomia sociale e politica e letteraria di Zoščenko,
profondamente guasta e corrotta, non s’è formata negli ultimi
tempi. Le sue «opere» di oggi non sono affatto un caso: sono
semplicemente la continuazione di tutta «l’eredità» letteraria
di Zoščenko, che risale al 1920 circa.
Chi
era Zoščenko in passato? Era uno degli organizzatori del gruppo
letterario dei cosiddetti Fratelli Serapioni2.
Qual era la fisionomia sociale politica di Zoščenko nel periodo
dell’organizzazione dei Fratelli Serapioni? Permettetemi di
citare la rivista Literaturnye Zapiski (1922, n.
3), in cui i fondatori di questo gruppo esposero il loro credo. Tra
le altre confessioni si trova «l’atto di fede» di Zoščenko, in
un articoletto intitolato: Su me stesso e su altro ancora.
Zoščenko, senza vergognarsi di nulla e di nessuno, si spoglia in
pubblico ed enuncia, con tutta sincerità, le sue «concezioni»
politiche e letterarie. Sentite che cosa diceva allora:
«In
generale, fare lo scrittore è molto difficile. Già, c’è
l’ideologia… Oggi, ad uno scrittore si chiede l’ideologia… E
questa, per me, è una bella seccatura…
«Ma,
ditemi un po’, quale “precisa ideologia” posso avere io, se non
c’è un solo partito che, nel complesso, mi attragga?
«Dal
punto di vista della gente di partito, io sono un uomo senza
princìpi. Sia pure. Io stesso lo dico di me: non sono comunista, non
sono socialista-rivoluzionario, non sono monarchico, ma soltanto
russo e, per giunta, un russo politicamente amorale… Vi do la mia
parola d’onore che, ancora oggi, non so, per esempio, chi sia
Guckov… In che partito sta Guckov? Il diavolo sa in che partito
sia. So che non è un bolscevico, ma se sia un
socialista-rivoluzionario o un cadetto, questo non lo so e non lo
voglio sapere», e così via.
Che
cosa ne dite, compagni, di una simile «ideologia»? Sono passati
venticinque anni da quando Zoščenko ha pubblicato questa sua
«confessione». È
mutato egli da allora? Non sembra. In venticinque anni non solo non
ha imparato nulla, non solo non è affatto cambiato, ma al contrario
continua con cinica sincerità a rimanere il banditore dell’assenza
di ogni ideologia, della volgarità, un furfante letterato senza
princìpi
e senza coscienza. Ciò significa che a Zoščenko, oggi come allora,
non garbano i sistemi sovietici. Oggi come allora egli è estraneo e
ostile alla letteratura sovietica. Se Zoščenko, nonostante tutto
questo, a
Leningrado è
quasi diventato il corifeo della letteratura, se viene innalzato nel
Parnaso di Leningrado, non rimane che stupirsi nel vedere a quale
mancanza di princìpi,
a
quale
indulgenza, a
quale
indifferenza e ottusità sono
potute
arrivare
le persone che hanno aperto la strada a Zoščenko e gli hanno
cantato inni di gloria.
Permettetemi
di porgere ancora un esempio della fisionomia dei cosiddetti Fratelli
Serapioni. Nello stesso numero 3 dei Literaturnye
Zapiski (1922), un altro serapione, Leone Lunc, tenta di dare in
questo modo una base ideologica alla corrente, nociva ed estranea
alla letteratura sovietica, rappresentata da quel gruppo.
«Ci
siamo uniti nelle giornate della rivoluzione — scrive Lunc —
nelle giornate di forte tensione politica. “Chi non è con noi è
contro di noi!”, ci dicevano allora, da destra e da sinistra. “Con
chi siete voi, Fratelli Serapioni, con i comunisti o contro i
comunisti, per la rivoluzione o contro la rivoluzione?”.
«Con
chi siamo noi, i Fratelli Serapioni? Siamo con l’eremita
Serapione…
«Troppo
a lungo ed in modo opprimente la sociologia ha guidato la letteratura
russa… Noi non vogliamo l’utilitarismo. Non scriviamo per fare
della propaganda. L’arte è una realtà come lo è la vita; e, come
la vita stessa, è senza uno scopo e senza un significato; esiste
perché non può non esistere».
Questa
è la funzione che i Fratelli
Serapioni
attribuiscono all’arte, privandola d’ogni contenuto ideologico,
d’ogni significato sociale, esaltando nell’arte la mancanza di
ogni ideologia, proponendo l’arte per l’arte, l’arte senza
scopo e senza significato. È
la predicazione della putrida apoliticità, dello spirito
piccolo-borghese e della turpitudine.
Quale
conclusione se ne può trarre? Se a Zoščenko non piacciono gli
ordinamenti sovietici che cosa proporremo di fare: di conformarci a
Zoščenko? Ma non siamo noi che dobbiamo rinnovarci secondo il gusto
altrui. Non siamo noi che dobbiamo rifare la nostra esistenza, il
nostro regime secondo il modo di vedere di Zoščenko. Sia lui a
rinnovarsi, o, se non vuole farlo, se ne vada dalla letteratura
sovietica. Nella letteratura sovietica non può esservi posto per
opere putride, vuote, prive di contenuto e volgari. (Applausi
fragorosi).
Ecco
da che cosa è partito il Comitato Centrale nel prendere la sua
decisione a proposito delle riviste Zvezda e Leningrad.
Passo
alla questione della «creazione» letteraria di Anna Achmatova. Le
sue opere, negli ultimi tempi, appaiono sulle riviste di Leningrado
nella forma di «rielaborazione ampliata». Ciò è tanto strano e
innaturale come se qualcuno oggi si mettesse a ripubblicare le opere
di Merežkovskij, Vjačeslav Ivanov, Michele Kusmin, Andrea Belyj,
Zinaida Gippius,
Fëdor Sologub, Zinov’eva Annibal, ecc. ecc., cioè di tutti coloro
che la nostra letteratura e la nostra opinione pubblica d’avanguardia
hanno sempre ritenuto i rappresentanti dell’oscurantismo
reazionario e dell’apostasia in politica e in arte.
Gor’kij
disse, a suo tempo, che il decennio tra il 1907 e il 1917 merita di
esser definito il decennio più vergognoso e più mediocre della
storia degli intellettuali russi; allora, dopo la rivoluzione del
1905, una parte notevole degli intellettuali voltò le spalle alla
rivoluzione, scivolò nella palude del misticismo reazionario e della
pornografia, proclamò come propria bandiera la mancanza di ogni
ideologia, mascherando il proprio tradimento con la «bella» frase:
«bruciai tutto ciò che adoravo, adorai tutto ciò che bruciavo».
Appunto in questo decennio apparvero opere di rinnegati come Il
cavallo pallido di Ropšin, le opere di Vinničenko e di altri
che disertarono il campo della rivoluzione per il campo della
reazione e che si affrettarono a screditare gli alti ideali per cui
lottava la parte migliore, di avanguardia, della società russa.
Vennero alla luce i simbolisti, gli immaginisti, i decadenti d’ogni
colore, che rinnegavano il popolo e proclamavano la tesi «l’arte
per l’arte», che esaltavano l’assenza di ogni ideologia nella
letteratura, mascherando la propria degenerazione ideologica e morale
con la ricerca della bella forma priva di contenuto. Erano accomunati
tutti dal terrore selvaggio per la rivoluzione proletaria che
avanzava. Basti ricordare che uno dei maggiori «ideologi» di queste
correnti letterarie reazionarie era Merežkovskij, il quale definì
la marcia della rivoluzione proletaria «l’avanzata di Cam»3,
e che accolse la Rivoluzione d’Ottobre con un livore bestiale.
Anna
Achmatova è uno dei rappresentanti di questa palude letteraria,
reazionaria e senza idee. Essa appartiene al cosiddetto gruppo
letterario degli acmeisti, che uscirono, a suo tempo, dalle file dei
simbolisti, e fu sempre vessillifera della poesia aristocratica da
salotto, vuota, priva di contenuto, assolutamente estranea alla
letteratura sovietica. Gli acmeisti rappresentavano la tendenza più
individualista dell’arte. Essi predicavano la teoria dell’«arte
per l’arte», della «bellezza per la bellezza», non volevano
saperne del popolo, dei suoi bisogni, dei suoi interessi, della vita
sociale.
Per
le sue origini sociali era questa una corrente letteraria
aristocratico-borghese, in un periodo in cui l’aristocrazia e la
borghesia avevano i giorni contati e in cui i poeti e gli ideologi
delle classi dominanti si sforzavano di evadere dalla spiacevole
realtà per levarsi nelle altezze stratosferiche, nelle nebbie del
misticismo religioso, nelle misere esperienze personali e
nell’indagine delle loro meschine animucce. Gli acmeisti, come i
simbolisti, i decadenti e gli altri rappresentanti dell’ideologia
aristocratico-borghese in dissoluzione, predicavano il decadentismo,
il pessimismo, la fede in un mondo soprannaturale.
Gli
argomenti della Achmatova sono espressione d’estremo
individualismo. L’anelito della sua poesia, una poesia da signorina
irritata, che si muove tra il boudoir e l’inginocchiatoio, è
straordinariamente limitato. Il suo motivo fondamentale è dato dagli
accenti erotico-sentimentali, impastati di tristezza, angoscia,
morte, misticismo, fatalità. Il sentimento della fatalità,
sentimento comprensibile per la coscienza sociale di un gruppo
agonizzante, i toni oscuri della disperazione che precede la morte,
le esperienze mistiche unite all’erotismo, questo è il mondo
spirituale dell’Achmatova, uno dei frammenti del mondo della
vecchia cultura aristocratica irrimediabilmente sprofondato nel
passato «del buon tempo antico di Caterina». Ora monaca, ora
sgualdrina, o, piuttosto, monaca e sgualdrina insieme, in cui la
dissolutezza è mista alla preghiera.
Ma
io ti giuro sul giardino dell’angelo,
Sull’icona
dei miracoli ti giuro
E
sull’odore delle nostre notti di fiamma…
(Achmatova,
Anno Domini)
Questa
è l’Achmatova con la sua piccola, meschina vita personale, con le
sue insignificanti esperienze e il suo erotismo mistico-religioso.
La
poesia dell’Achmatova è assolutamente lontana dal popolo. È
la poesia dei diecimila privilegiati della vecchia Russia
aristocratica, condannati, ai quali non era
rimasto altro che sospirare per il «buon tempo antico». I palazzi
dei latifondisti dei tempi di Caterina, con i secolari viali di
tigli, le fontane, le statue e gli archi di pietra, le serre, le
conversazioni amorose e le vetuste insegne sul portone, la
Pietroburgo aristocratica, Carkoe
Selo4,
la stazione di Pavlovsk e le altre reliquie della civiltà
aristocratica. Ma tutto ciò è sparito in un passato che non
ritornerà! I frammenti di questa civiltà ormai lontana, estranea al
popolo, che per chissà quale miracolo si sono conservati sino ai
nostri tempi, non hanno più altro da fare che chiudersi in se stessi
e vivere di chimere. «Tutto è disperso, tradito, venduto», così
scrive l’Achmatova.
Osip
Mandel’štam, uno degli esponenti più in vista di quel gruppetto,
poco prima della rivoluzione così scriveva degli ideali
politico-sociali e letterari degli acmeisti: «Gli acmeisti uniscono
l’amore per l’organismo e l’organizzazione a un geniale
medioevalismo fisiologico… Il medioevo, determinando a suo modo il
peso specifico dell’uomo, lo sentiva e lo riconosceva in chiunque,
del tutto indipendentemente dai suoi meriti… Sì, l’Europa ha
attraversato il labirinto di una cultura raffinata e precisa, quando
l’esistenza astratta, l’esistenza individuale, da nulla
abbellita, era stimata come un atto eroico. Di qui l’intimità
aristocratica, che legava tutti gli uomini ed era così estranea, per
il suo spirito, alla “uguaglianza e fraternità” della grande
rivoluzione… Il medioevo ci è caro, perché possedeva in alta
misura il senso del limite e delle barriere… Un misto generoso di
ragionevolezza e di misticismo e la sensazione del mondo come vivente
equilibrio ci lega a quell’epoca e ci induce ad attingere energie
dalle opere delle letterature romanze del XIII secolo».
In
queste enunciazioni di Mandel’štam sono esposti i sogni e gli
ideali degli acmeisti. «Indietro verso il medioevo»: questo è
l’ideale sociale di questo gruppo aristocratico da salotto.
Indietro verso la scimmia, fa eco Zoščenko. A proposito, sia gli
acmeisti che i Fratelli Serapioni traggono la loro origine da
antenati comuni. Il capostipite comune, tanto degli acmeisti che dei
Fratelli Serapioni, è stato Hoffmann, uno dei fondatori del
misticismo e del decadentismo aristocratico da salotto.
Perché
tutto ad un tratto si è avuto bisogno di popolarizzare la poesia
dell’Achmatova? Che relazione ha con noi, col popolo sovietico?
Perché occorre mettere una tribuna letteraria a disposizione di
tutte queste correnti letterarie decadenti e a noi profondamente
estranee?
Dalla
storia della letteratura russa sappiamo che più d’una volta le
correnti letterarie reazionarie, a cui appartenevano i simbolisti e
gli acmeisti, hanno tentato di muover guerra alle grandi tradizioni
rivoluzionarie democratiche della letteratura russa e contro i suoi
esponenti d’avanguardia, hanno tentato di privare la letteratura
del suo alto significato ideologico e sociale, di trascinarla nella
palude della mancanza di contenuto ideologico e della volgarità.
Tutte queste correnti «di moda» sono state sommerse nel Lete e
respinte nel passato insieme alle classi di cui esprimevano
l’ideologia. Di tutti questi simbolisti, acmeisti, bluse gialle,
fanti di quadri,
nicevoki5,
che cosa è rimasto nella nostra genuina letteratura russa,
sovietica? Proprio nulla, sebbene i loro attacchi contro i grandi
esponenti della letteratura democratica rivoluzionaria russa —
Belinskij, Dobroljubov, Černyševskij, Herzen, Saltykov-Ščedrin —
fossero stati preparati con gran rumore e pretenziosità. Ma con lo
stesso fracasso essi fallivano.
Gli
acmeisti proclamavano: «Non apportare modificazione alcuna
all’esistenza e non abbandonarsi a criticarla». Perché erano
contrari ad introdurre una qualsiasi modificazione nella vita? Perché
quel vecchio modo di vivere aristocratico, borghese piaceva loro;
mentre invece il popolo rivoluzionario si accingeva a distruggere
quella loro vita. Nell’ottobre del 1917 sia le classi dominanti che
i loro ideologi e cantori furono gettati tra i rifiuti della storia.
E
improvvisamente, nel ventinovesimo anno della rivoluzione socialista,
ecco che ricompaiono sulla scena alcune rarità da museo di quel
mondo di ombre e incominciano a insegnare alla nostra gioventù come
si deve vivere. Davanti all’Achmatova si spalancano le porte di una
rivista di Leningrado e la si lascia libera di avvelenare la
coscienza della gioventù con la deleteria esaltazione della sua
poesia.
In
un numero della rivista Leningrad è stato pubblicato qualcosa
come un estratto delle opere scritte dall’Achmatova dal 1909 al
1944. E qui, insieme ad altri detriti, c’è una poesia scritta
durante la grande guerra patria, nel periodo dello sfollamento. In
questa poesia essa scrive della sua solitudine, che è costretta a
dividere con un gatto nero. Il gatto nero la guarda come l’occhio
del secolo. Il tema non è nuovo. Di un gatto nero l’Achmatova
scrisse anche nel 1909. Le sensazioni di solitudine e di mancanza di
una via di uscita, sensazioni estranee alla letteratura sovietica,
accompagnano tutto il processo storico della «creazione»
dell’Achmatova.
Che
cosa c’è di comune fra questa poesia e gli interessi del nostro
popolo e del nostro Stato?
Proprio nulla. L’opera dell’Achmatova è l’espressione di un
lontano passato; essa è estranea alla realtà sovietica
contemporanea e non può venir tollerata sulle pagine delle nostre
riviste. La nostra letteratura non è un’impresa privata destinata
a soddisfare i vari gusti del mercato letterario. Noi non siamo
affatto obbligati a far posto, nella nostra letteratura, a gusti e
costumi che non hanno nulla in comune con la morale e le qualità del
popolo sovietico. Che cosa possono dare di istruttivo alla nostra
gioventù le opere dell’Achmatova? Nulla, se non del male. Queste
opere possono soltanto seminare lo sconforto, la demoralizzazione, il
pessimismo, l’aspirazione a evadere dai problemi essenziali della
vita sociale, ad abbandonare l’ampia via della vita e dell’attività
sociale per il ristretto piccolo mondo delle esperienze individuali.
Come si può affidar loro l’educazione della nostra gioventù?!
Eppure, si sono pubblicate con gran sollecitudine le cose
dell’Achmatova su Zvezda
e su Leningrad
e perfino un
volume. È
stato un grossolano
errore politico.
Non
è un caso che, in conseguenza di ciò, sulle riviste di Leningrado
abbiano cominciato ad apparire le opere di altri scrittori che
stavano scivolando nel decadentismo e nella vuota fraseologia. Alludo
ad opere come quelle di Sadof’ev e della Komissarova. In alcuni dei
loro versi Sadof’ev e la Komissarova hanno incominciato a
riecheggiare l’Achmatova, a coltivare gli atteggiamenti di
sconforto, di tristezza e di solitudine, tanto cari all’anima
dell’Achmatova.
Non
occorre dire che simili atteggiamenti, o l’apologia di simili
atteggiamenti, possono esercitare soltanto un influsso negativo sulla
nostra gioventù, possono avvelenarne la coscienza con il soffio
mefitico della mancanza di un’ideologia, dell’apoliticità, dello
sconforto.
E
che cosa sarebbe accaduto se avessimo educato la gioventù nello
sconforto e nella sfiducia nella nostra causa? Sarebbe avvenuto che
non avremmo vinto la grande guerra patria. Noi abbiamo superato le
immense difficoltà dell’edificazione del socialismo ed abbiamo
ottenuto la vittoria sui tedeschi e sui giapponesi proprio perché lo
Stato sovietico e il nostro partito, con l’aiuto della letteratura
sovietica, hanno educato la nostra gioventù all’operosità, alla
fiducia nelle proprie forze.
Che
conclusione dobbiamo trarne? Dobbiamo trarne questa conclusione: che
la rivista Zvezda, la quale a fianco di opere degne, ricche di
contenuto ideologico, sane, ha pubblicato sulle sue pagine opere
prive di ogni ideologia, scadenti, reazionarie, è diventata una
rivista senza indirizzo, una rivista che ha aiutato i nemici a
corrompere la nostra gioventù. Ma le nostre riviste si sono sempre
distinte per il loro coraggioso indirizzo rivoluzionario, non per
eclettismo, mancanza di contenuto ideologico e apoliticità. La
propaganda in favore della mancanza di ideologia ha avuto, nella
Zvezda, parità di diritti. Non solo, ma si viene ora a sapere
che Zoščenko aveva acquistato una influenza tale in seno
all’organizzazione degli scrittori di Leningrado, che soffocava
quelli che non erano d’accordo con lui, minacciava i critici di
prenderli di mira in una delle sue prossime opere. Era diventato una
specie di dittatore nel campo della letteratura e un gruppo di
ammiratori lo circondava e lo incensava.
Su
quale base, ci si domanda? Perché avete tollerato questo stato di
cose innaturale e reazionario?
Non
è un caso che nelle riviste letterarie di Leningrado si sia
cominciato ad appassionarsi alla scadente letteratura borghese
contemporanea dell’Occidente. Alcuni nostri letterati hanno
cominciato a considerarsi non come maestri, ma come discepoli dei
letterati piccolo-borghesi, hanno cominciato a scendere ad un tono di
servilismo e di supina ammirazione davanti alla letteratura straniera
piccolo-borghese. Ma si addice a noi, patrioti sovietici, un simile
servilismo? A noi che abbiamo edificato il regime sovietico, che è
cento volte superiore e migliore di qualsiasi regime borghese? Si
addice alla nostra letteratura sovietica d’avanguardia, che è la
letteratura più rivoluzionaria del mondo, il servilismo davanti alla
limitata letteratura piccolo-borghese dell’Occidente?
Una
grave deficienza del lavoro dei nostri scrittori è anche, da una
parte, il distacco dagli argomenti del mondo sovietico contemporaneo,
la passione unilaterale per i soggetti storici e, dall’altra, il
tentativo di occuparsi di argomenti vuoti, di carattere
esclusivamente ameno. Alcuni scrittori, per giustificare il loro
distacco dai grandi temi sovietici attuali, affermano che è venuto
il momento di dare al popolo della letteratura leggera e divertente e
di lasciar da parte ogni contenuto ideologico. Questo è un modo
profondamente errato di immaginarsi nostro popolo, i suoi problemi, i
suoi interessi. Il nostro popolo attende che gli scrittori sovietici
comprendano e generalizzino l’immensa esperienza acquisita nella
grande guerra patria, che essi rappresentino e facciano conoscere
l’eroismo con cui il popolo attualmente lavora alla ricostruzione
dell’economia nazionale dopo la cacciata dei nemici.
Alcune
parole a proposito della rivista Leningrad. In questa Zoščenko
si è conquistata una posizione ancor più solida che nella
rivista Zvezda; e così pure l’Achmatova. Zoščenko e
l’Achmatova sono divenuti una forza letteraria attiva in entrambe
le riviste. La rivista Leningrad ha quindi la responsabilità
di aver messo le sue pagine a disposizione di uno scrittore volgare
come Zoščenko e di poetesse da salotto come l’Achmatova.
Ma
la rivista Leningrad ha commesso anche altri errori.
Ecco,
per esempio, una parodia dell’Eugenio Onegin6
intitolata Il ritorno di Onegin,
scritta da un certo Chazin.
Dicono che viene recitata spesso sulle ribalte dei teatri di varietà
di Leningrado. Non si capisce come i cittadini di Leningrado
tollerino che da una pubblica tribuna si insulti Leningrado, come fa
Chazin. Infatti il senso di tutta questa «parodia» letteraria non
consiste nel motteggiare semplicemente le avventure che
succederebbero a Onegin se si trovasse nella Leningrado odierna. Il
senso della pasquinata composta da Chazin consiste nel tentativo che
egli fa di paragonare la nostra Leningrado moderna con la Pietroburgo
dell’epoca di Puškin e di
dimostrare che la nostra epoca è peggiore dell’epoca di Onegin.
Badate anche solo ad alcune righe di questa «parodia». All’autore
non piace nulla di questa nostra Leningrado moderna. Egli deride,
calunnia i cittadini sovietici e Leningrado. Secondo Chazin, il
secolo di Onegin sarebbe il secolo d’oro. Oggi non è così: sono
comparsi l’ufficio alloggi, le tessere, i permessi. Le fanciulle,
quelle creature celesti, eteree, per cui un tempo si entusiasmava
Onegin, oggi son diventate dei vigili stradali, ricostruiscono le
case di Leningrado, ecc. ecc. Permettetemi di citare solo un passo di
questa «parodia».
Sale
in tram il nostro Eugenio.
Oh,
povero disgraziato!
Non
conosceva simili mezzi di trasporto
Il
suo secolo oscurantista.
Ma
il destino proteggeva Eugenio
Perché
non gli pestarono che un piede,
E
solo una volta, dopo avergli schiacciato lo stomaco,
Gli
gridarono: «Idiota!».
Egli,
rammentando le antiche usanze,
Volle
terminare la contesa con un duello.
Si
frugò in tasca… Ma qualcuno
Già
da un pezzo gli aveva soffiato i guanti.
E
in mancanza di questi, il nostro Onegin
Ammutolì
e non ne fece nulla.
Ecco
com’era Leningrado, e come invece è diventata oggi: cattiva,
incivile, rozza; ecco sotto quale aspetto poco seducente essa appare
al povero, caro Onegin. Ecco come ha rappresentato Leningrado e i
suoi abitanti quell’essere volgare che è Chazin.
L’idea
di questa calunniosa parodia è cattiva, viziata, putrida!
Come
ha potuto, la redazione del Leningrad, lasciar passare questa
malvagia calunnia contro Leningrado e la sua magnifica gente? Come si
possono tollerare tipi come Chazin sulle pagine delle riviste di
Leningrado?
Prendete
un’altra opera, la parodia di una parodia su Nekrasov, composta in
modo da costituire un’offesa diretta alla memoria di quel grande
poeta e uomo politico che fu Nekrasov, un’offesa contro cui ogni
persona colta deve rivoltarsi. Tuttavia la redazione del Leningrad
ha ospitato volentieri nelle sue pagine questo sudicio minestrone.
Che
cosa troviamo ancora nella rivista Leningrad? Un aneddoto
straniero, piatto e volgare, evidentemente preso da una vecchia e
consunta raccolta di aneddoti della fine del secolo scorso. Forse la
rivista Leningrad non ha materiale per riempire le sue pagine?
Forse non si sa che cosa scrivere, nella rivista Leningrad?
Pensate anche solo a un argomento come quello della ricostruzione di
Leningrado. Nella città si svolge un lavoro stupendo, la città
risana le ferite infertele dall’assedio, i cittadini di Leningrado
sono pieni di entusiasmo e di slancio per la ricostruzione del
dopoguerra. Se ne è scritto qualche cosa sulla rivista Leningrad?
Gli abitanti di Leningrado possono o no aspettarsi che le eroiche
imprese del loro lavoro trovino una buona volta un riflesso sulle
pagine della rivista?
Prendiamo
ancora l’argomento della donna sovietica. Si possono forse
coltivare fra i lettori e le lettrici sovietiche le vergognose
concezioni dell’Achmatova sulla funzione e sulla missione della
donna, invece di dare una rappresentazione veramente esatta della
donna sovietica contemporanea in generale e in particolare della
fanciulla e della donna eroine di Leningrado che hanno sostenuto
sulle loro spalle le immense difficoltà degli anni di guerra e oggi
lavorano con abnegazione per risolvere i difficili compiti della
ricostruzione economica?
Come
si vede nella sezione di Leningrado dell’Unione degli scrittori la
situazione è tale che attualmente non c’è un numero di opere
degne sufficiente per due riviste letterarie e artistiche. Ecco
perché il Comitato Centrale del partito ha deciso di sopprimere la
rivista Leningrad, al fine di concentrare le migliori forze
letterarie nella rivista Zvezda. Ciò naturalmente non
significa che Leningrado, in condizioni opportune, non possa avere
una seconda o anche una terza rivista. La questione viene risolta
dalla quantità di produzioni buone, di natura elevata. Se ce ne
saranno abbastanza e non vi sarà posto per esse in una sola rivista,
si potranno creare una seconda e anche una terza rivista: purché i
nostri scrittori di Leningrado forniscano una produzione buona dal
punto di vista ideologico e artistico.
Questi
sono gli errori e difetti grossolani, scoperti e messi in rilievo
nella risoluzione del Comitato Centrale del PC (b) dell’URSS, a
proposito dell’attività delle riviste Zvezda e Leningrad.
In
che cosa consiste la radice di questi errori e di queste deficienze?
La
radice di questi errori e di queste deficienze consiste nel fatto che
i redattori delle riviste che abbiamo ricordato, gli esponenti della
nostra letteratura sovietica e perfino i dirigenti del nostro fronte
ideologico a Leningrado hanno dimenticato alcuni postulati
fondamentali del leninismo a proposito della letteratura. Molti
scrittori e molti di coloro che lavorano in qualità di redattori
responsabili o che occupano posti importanti nell’Unione degli
scrittori ritengono che la politica sia affare del governo, affare
del Comitato Centrale. Quanto ai letterati, non sarebbe affar loro
occuparsi di politica. Se una persona scrive bene, artisticamente,
elegantemente, bisognerebbe lasciarla scrivere, anche se nelle sue
opere si trovano dei passi corrotti, che disorientano la nostra
gioventù e l’avvelenano. Noi esigiamo invece che i nostri
compagni, sia i dirigenti letterari, sia gli scrittori, si facciano
guidare da quell’elemento senza cui il sistema sovietico non può
vivere, e cioè dalla politica, affinché possiamo educare la
gioventù non nello spirito dello scetticismo e dell’assenza di
ogni ideologia, ma nello spirito del coraggio, nello spirito
rivoluzionario.
È
noto
che il leninismo ha continuato le migliori tradizioni dei democratici
rivoluzionari russi del secolo XIX e che la nostra cultura sovietica
è sorta, si è sviluppata e ha raggiunto la
sua
fortuna
attuale sulla base dell’eredità culturale del passato,
criticamente rielaborata. Nel campo della letteratura il nostro
partito ha più volte riconosciuto, per bocca di Lenin e Stalin,
l’immensa importanza dei grandi scrittori e critici democratici
rivoluzionari russi
come Belinskij, Dobroljubov, Černyševskij, Saltykov-Ščedrin,
Plechanov.
A cominciare da Belinskij, tutti i migliori rappresentanti
dell’intellettualità democratico-rivoluzionaria russa non
accettarono mai la cosiddetta «arte pura» o «l’arte per l’arte»
e furono gli araldi di un’arte per il popolo, gli araldi del
profondo significato ideologico e dell’importanza sociale dell’arte
popolare. L’arte non si può separare dal destino del popolo.
Ricordate la celebre Lettera
a Gogol’
di Belinskij, in cui il grande critico, con tutta la passione che gli
era propria, sferzò Gogol’ per il suo tentativo di tradire la
causa del popolo e di passare dalla parte dello zar. Quella lettera
fu definita da Lenin una delle migliori opere della stampa
democratica non colpita dalla censura, un’opera che conserva ancor
oggi la sua immensa importanza letteraria.
Ricordate
gli articoli pubblicistico-letterari di Dobroljubov nei quali è
stata dimostrata, con tanto vigore, l’importanza sociale della
letteratura. Tutta la nostra pubblicistica russa
democratico-rivoluzionaria è pervasa da un odio mortale per il
regime zarista ed è penetrata dalla generosa aspirazione a lottare
per gli interessi fondamentali del popolo, per la sua istruzione, per
la sua cultura, per la sua emancipazione dalle pastoie del regime
zarista. I grandi esponenti della letteratura russa concepirono la
letteratura e l’arte come arte combattiva, che lottasse per i
migliori ideali del popolo. Černyševskij, che di tutti i socialisti
utopisti fu quello che più si avvicinò al socialismo scientifico e
dalle cui opere, come indicò Lenin, «spirava il soffio della lotta
di classe», insegnò che il compito dell’arte è, oltre quello di
far conoscere la vita, anche quello di insegnare agli uomini a
valutare giustamente i vari fenomeni sociali. Dobroljubov, il suo più
intimo amico e collaboratore, indicò che «non la vita segue le
norme della letteratura, ma la letteratura si conforma alle tendenze
della vita» e propagò con tutte le sue forze i princìpi del
realismo e del carattere popolare nella letteratura, ritenendo che
base dell’arte è la realtà, che questa è la fonte della
creazione e che l’arte ha una funzione attiva nella vita sociale,
formando la coscienza sociale. Secondo Dobroljubov la letteratura
deve servire la società, deve dare al popolo le risposte sui più
acuti problemi del presente, deve essere al livello delle idee della
sua epoca.
La
critica letteraria marxista, essendo la continuatrice delle grandi
tradizioni di Belinskij, Černyševskij e Dobroljubov, è stata
sempre sostenitrice di un’arte realistica, indirizzata in senso
sociale. Plechanov lavorò molto per smascherare la concezione
antiscientifica della letteratura e dell’arte sostenuta dagli
idealisti, per difendere i postulati fondamentali dei nostri grandi
rivoluzionari democratici russi che avevano insegnato a vedere nella
letteratura uno strumento potente per servire il popolo.
V.
I. Lenin formulò per primo, con estrema chiarezza, lo atteggiamento
del pensiero sociale d’avanguardia verso la letteratura e l’arte.
Vi rammenterò il noto articolo di Lenin: Organizzazione di
partito e letteratura di partito, scritto alla fine del 1905, in
cui egli, con la forza che gli era propria, dimostrò che la
letteratura non può essere senza partito, che essa dev’essere
parte integrante e notevole della causa generale del proletariato. In
quest’articolo di Lenin sono posti tutti i princìpi su cui si basa
lo sviluppo della nostra letteratura sovietica. Lenin scriveva:
«La
letteratura deve diventare di partito. In contrapposizione ai costumi
borghesi, in contrapposizione alla stampa borghese affaristica e
commerciale, in contrapposizione all’arrivismo letterario borghese
e all’individualismo, all’“anarchismo da signori” e alla
corsa al guadagno, il proletariato socialista deve promuovere il
principio della letteratura di partito, sviluppare questo
principio e attuarlo nella forma più completa e organica possibile.
«In
che cosa consiste questo principio della letteratura di partito? Non
soltanto nel fatto che per il proletariato socialista l’attività
letteraria non può essere strumento di guadagno per singoli
individui o per gruppi, ma anche nel fatto che essa non può essere
in genere una questione individuale, indipendente dalla causa
generale del proletariato. Abbasso i letterati senza partito! Abbasso
i letterati superuomini! L’attività letteraria deve diventare una
parte dell’attività generale del proletariato…».
E
più oltre, nello stesso articolo:
«Vivere
nella società ed essere liberi dalla società non è possibile. La
libertà dello scrittore, del pittore, dell’attrice borghesi è
soltanto una dipendenza mascherata (o che tende ad essere
ipocritamente mascherata) dai portafogli ben forniti, da coloro che
li corrompono e li mantengono».
Il
leninismo parte dal fatto che la nostra letteratura non può essere
apolitica, non può significare «l’arte per l’arte», ma è
chiamata ad assolvere un’importante funzione d’avanguardia nella
vita sociale. Da questa premessa deriva il principio leninista del
carattere di partito della letteratura, l’importantissimo
contributo di V. I. Lenin alla critica letteraria.
Per
conseguenza la migliore tendenza della letteratura sovietica è la
continuazione delle migliori tradizioni della letteratura russa del
XIX secolo, create dai nostri grandi democratici rivoluzionari:
Belinskij, Dobroljubov, Černyševskij, Saltykov-Ščedrin,
continuate da Plechanov e scientificamente elaborate e argomentate da
Lenin e Stalin.
Nekrasov
definì la propria poesia «la musa della vendetta e della
tristezza». Černyševskij e Dobroljubov consideravano la
letteratura come consacrata al servizio del popolo. I migliori
rappresentanti degli intellettuali democratici russi che vissero in
regime zarista pagarono quelle idee generose ed elette con la morte,
con la galera, con l’esilio. Come si possono dimenticare queste
gloriose tradizioni? Come si possono trascurare e come si può
tollerare che i vari Achmatova e Zoščenko mettano fuori nuovamente
la parola d’ordine reazionaria dell’«arte per l’arte» per
imporre, nascondendosi sotto la maschera dell’eclettismo
ideologico, idee estranee al popolo sovietico?
Il
leninismo riconosce alla nostra letteratura un’immensa funzione di
trasformazione sociale. Se la nostra letteratura sovietica tollerasse
una degradazione di questa sua missione educativa, ciò
significherebbe un processo di involuzione, il ritorno all’«età
della pietra».
Il
compagno Stalin ha definito i nostri scrittori: gli ingegneri delle
anime umane. Questa definizione ha un profondo significato. Essa
esprime l’immensa responsabilità degli scrittori sovietici
nell’educazione dei cittadini, nell’educazione della gioventù
sovietica, nel non tollerare materiale scadente nel lavoro
letterario.
Ad
alcuni sembrerà strano che il Comitato Centrale abbia preso delle
misure così energiche per una questione letteraria. Da noi non si è
abituati a questo. Generalmente si pensa che se vi è stata una
deficienza nella produzione o se non è stato realizzato il programma
di una produzione di beni di largo consumo, o magari il piano per la
preparazione del legname, pronunciare una condanna per queste ragioni
sia una cosa naturale (risa di approvazione nella
sala), ma se vi è una deficienza nel campo dell’educazione
delle anime umane, nel campo dell’educazione della gioventù, in
questo caso si possa anche tollerare. Ma non è questa una colpa
ancor più grave dell’esser venuti meno al programma della
produzione o ad impegni simili? Con la sua decisione il Comitato
Centrale intende portare il fronte ideologico alla pari con tutti gli
altri settori del nostro lavoro.
Negli
ultimi tempi grandi lacune e deficienze sono emerse sul fronte
ideologico. Basta rammentare l’arretratezza della nostra arte
cinematografica, l’inflazione di opere di qualità scadente nel
nostro repertorio teatrale, per non parlare di ciò che è avvenuto
sulle riviste Zvezda e Leningrad. Il Comitato Centrale
è stato costretto ad intervenire ed a sistemare risolutamente le
cose. Esso non aveva il diritto di attenuare i suoi colpi contro chi
dimentica i propri doveri verso il popolo, verso la educazione della
gioventù. Se noi vogliamo attirare l’attenzione dei nostri
elementi attivi sui problemi del lavoro ideologico, mettere ordine in
questo campo e dare al lavoro un chiaro indirizzo, dobbiamo criticare
gli errori e le deficienze del lavoro ideologico con energia, come si
conviene ai cittadini sovietici, come si conviene ai bolscevichi.
Soltanto allora riusciremo a correggere lo stato di cose esistente.
Alcuni
scrittori ragionano così: in tempo di guerra il popolo ha risentito
della mancanza di opere letterarie, dato che si pubblicava poco e,
quindi, adesso butta giù qualsiasi roba, magari anche avariata.
Invece le cose non stanno così e noi non tolleriamo affatto tutte le
opere che ci mettono sotto il naso i letterati, i redattori e gli
editori poco scrupolosi. Il popolo sovietico attende dagli scrittori
sovietici un vero armamento ideologico, del cibo spirituale che lo
aiuti a realizzare i piani della grande edificazione, della
ricostruzione e dell’ulteriore sviluppo dell’economia nazionale.
Il popolo sovietico esige molto dai letterati, vuole che siano
soddisfatti i suoi bisogni ideologici e culturali. In tempo di
guerra, data la situazione, non abbiamo potuto soddisfare questi
bisogni essenziali. Il popolo vuol riflettere su quel che accade. Il
suo livello ideologico e culturale si è elevato. Spesso esso non
rimane soddisfatto della qualità delle opere letterarie e artistiche
che si producono da noi. Ciò non hanno capito e non vogliono capire
certi letterati, certi militanti del fronte ideologico.
Il
livello delle esigenze e dei gusti del nostro popolo è salito molto
e chi non vuole o non può raggiungere quel livello sarà lasciato
indietro. La letteratura è chiamata non soltanto a stare al livello
delle esigenze del popolo, ma a far di più: essa è obbligata a
sviluppare i gusti del popolo, a elevare le sue esigenze, ad
arricchirlo di nuove idee, a farlo progredire. Chi non è capace di
marciare col popolo, di soddisfare le sue crescenti esigenze, di
stare al livello del compito di sviluppare la cultura sovietica, sarà
inevitabilmente messo da parte.
Dalla
deficienza ideologica dei dirigenti di Zvezda
e di Leningrad
deriva anche un secondo errore grossolano. Esso consiste nel fatto
che alcuni nostri dirigenti si
preoccupano,
nei
loro rapporti con gli
scrittori,
non tanto
dell’educazione politica dei cittadini sovietici e dell’indirizzo
politico degli
scrittori,
quanto
delle proprie amicizie personali.
Si dice che molte opere dannose ideologicamente e artisticamente
deboli vengono stampate per non offendere questo o quello scrittore.
Secondo il punto di vista di questi militanti è preferibile venir
meno agli interessi del popolo, agli interessi dello Stato, che
offendere qualcuno. È
un’impostazione completamente sbagliata e politicamente erronea. È
lo stesso che barattare un milione con un centesimo.
Nella
sua risoluzione il Comitato Centrale del partito denuncia il danno
gravissimo che deriva, nell’ambiente letterario, dal far valere le
amicizie invece dei princìpi. Nell’ambiente di certi nostri
letterati i rapporti d’amicizia senza una base di principio hanno
svolto una funzione profondamente negativa, conducendo
all’abbassamento del livello ideologico di molte opere letterarie,
facilitando l’accesso a gente estranea alla letteratura sovietica.
L’assenza di critica da parte dei dirigenti del fronte ideologico
di Leningrado, da parte dei dirigenti delle riviste di Leningrado, il
far valere le amicizie invece dei princìpi, a scapito degli
interessi del popolo, hanno apportato un grandissimo danno.
Il
compagno Stalin ci insegna che, se vogliamo conservare i quadri,
istruirli ed educarli, non dobbiamo temere di offendere chicchesia,
non dobbiamo temere la critica di principio, coraggiosa, aperta e
obiettiva. Senza critica qualsiasi organizzazione, fra cui anche
quella della letteratura, può imputridire. Senza critica qualsiasi
malattia può penetrare a fondo e sarà allora tanto più difficile
liberarsene. Solo la critica coraggiosa e aperta aiuta il nostro
popolo a perfezionarsi; lo spinge ad andare avanti, a superare i
difetti del suo lavoro. Dove non c’è critica, tutto resta
immobile, stagnante e non c’è posto per il progresso.
Il
compagno Stalin ha indicato più volte che la principale premessa del
nostro sviluppo è la necessità che ogni cittadino sovietico faccia
ogni giorno il bilancio del suo lavoro, controlli coraggiosamente se
stesso, analizzi il suo lavoro, critichi coraggiosamente le proprie
deficienze e i propri errori, pensi a come raggiungere migliori
risultati nel proprio lavoro e lavori incessantemente a
perfezionarsi. Ciò riguarda i letterati nella stessa misura in cui
riguarda ogni altro lavoratore. Chi ha paura di criticare il suo
lavoro è vile, spregevole, indegno della stima del popolo. (Applausi
clamorosi).
L’atteggiamento
non critico verso il proprio lavoro, la sostituzione dei rapporti di
principio con i rapporti di amicizia nei riguardi dei letterati sono
largamente diffusi anche nella direzione dell’Unione degli
scrittori sovietici. La direzione dell’Unione, e in particolare il
suo presidente compagno Tichonov, sono colpevoli dell’insoddisfacente
situazione che si è manifestata nelle riviste Zvezda e
Leningrad, sono colpevoli non solo di non aver posto una
barriera alla penetrazione della dannosa influenza di Zoščenko,
dell’Achmatova e di altri scrittori non sovietici nella nostra
letteratura, ma anche di aver favorito la penetrazione nelle nostre
riviste di tendenze e costumi estranei alla letteratura sovietica.
Nelle
deficienze delle riviste di Leningrado ha avuto gran parte anche quel
sistema di irresponsabilità che si è instaurato nella direzione
delle riviste, in cui non si sa chi risponda della rivista nel suo
complesso e chi dei singoli settori, in cui non c’è l’ordine più
elementare. È
necessario ovviare a questa deficienza. Ecco perché il Comitato
Centrale con la sua risoluzione ha nominato un redattore capo della
rivista Zvezda,
il quale deve rispondere dell’indirizzo della rivista, delle alte
qualità ideologiche e artistiche delle opere pubblicate sulla
rivista stessa.
Nelle
riviste, come in ogni cosa, sono inammissibili il disordine e
l’anarchia. Occorre una precisa responsabilità circa l’indirizzo
della rivista e il contenuto del materiale che vi si pubblica.
Voi
dovete restaurare le gloriose tradizioni della letteratura di
Leningrado e del fronte ideologico di Leningrado. È
doloroso
e offensivo a un tempo che le riviste di Leningrado, che erano sempre
state il vivaio delle idee di avanguardia, della cultura di
avanguardia, siano diventate il rifugio dell’assenza di ogni
ideologia e della volgarità. Bisogna restaurare l’onore di
Leningrado, come centro culturale e ideologico d’avanguardia.
Bisogna ricordare che Leningrado è stata la culla delle
organizzazioni leniniste bolsceviche. Qui Lenin e Stalin hanno
gettato le basi del partito bolscevico, le basi della concezione
bolscevica
del mondo, della cultura bolscevica.
È
una questione d’onore per gli scrittori e
gli elementi attivi del partito di Leningrado restaurare e sviluppare
ulteriormente le
gloriose tradizioni di questa
città.
Il compito dei militanti del fronte ideologico, e innanzi tutto degli
scrittori, consiste nello scacciare dalla letteratura di Leningrado
la mancanza di ideologia e la volgarità, per sollevare in alto la
bandiera della letteratura sovietica d’avanguardia, per non
tralasciare
nessuna possibilità di sviluppo ideologico e artistico, per non
restare indietro rispetto ai problemi contemporanei, rispetto alle
esigenze del popolo, per sviluppare in tutti i modi una critica
coraggiosa delle proprie deficienze, una critica non ipocrita, non di
gruppo e tra amici, ma una critica vera, coraggiosa e indipendente,
una critica rispondente all’ideologia bolscevica.
Compagni,
deve esservi chiaro, ora, il grossolano errore che ha commesso il
comitato cittadino del partito di Leningrado e specialmente la sua
sezione di agitazione e propaganda e il segretario per la propaganda,
compagno Širokov, il quale era stato messo
a dirigere il lavoro ideologico e sul quale, soprattutto, ricade la
responsabilità dell’insuccesso delle riviste. Il comitato di
partito di Leningrado ha commesso un grossolano errore politico,
decidendo, alla fine di giugno, la nuova composizione della redazione
della rivista Zvezda, in cui entrò anche Zoščenko. Soltanto
la cecità politica può spiegare il fatto che il segretario del
comitato cittadino del partito, compagno Kapustin, e il segretario
per la propaganda presso il comitato, compagno Širokov,
abbiano potuto adottare una decisione così sbagliata. Ripeto che
tutti questi errori devono essere corretti al più presto e nel modo
più deciso, allo scopo di restaurare la funzione di Leningrado nella
vita ideologica del nostro partito.
Tutti
noi amiamo Leningrado, tutti noi amiamo la nostra organizzazione di
partito di Leningrado, come uno dei reparti d’avanguardia del
nostro partito. A Leningrado non dev’esserci rifugio per i vari
avventurieri mascherati della letteratura che vogliono sfruttarla per
i loro scopi. A Zoščenko, alla Achmatova e ai loro simili, la
Leningrado sovietica non è cara. Essi vogliono vedere in essa
l’incarnazione di altri ordinamenti sociali e politici, di un’altra
ideologia. La vecchia Pietroburgo, il cavaliere di bronzo, ecco che
cosa balena davanti ai loro occhi come simbolo di questa vecchia
Pietroburgo. E invece noi amiamo la Leningrado sovietica, la
Leningrado centro d’avanguardia della cultura sovietica. La
gloriosa schiera delle grandi figure democratiche e rivoluzionarie
uscite da questa città: ecco i nostri antenati diretti, a cui
facciamo risalire le nostre origini. Le gloriose tradizioni della
Leningrado contemporanea sono la continuazione dello sviluppo di
queste grandi tradizioni democratiche rivoluzionarie, che non
cambieremmo per nulla al mondo. Gli attivisti del partito analizzino
dunque i propri errori coraggiosamente, senza voltarsi indietro,
senza «tentennare», per poterli riparare nel modo migliore e al più
presto e far progredire il nostro lavoro ideologico. I bolscevichi di
Leningrado devono rioccupare il loro posto nelle file dei dirigenti e
degli elementi d’avanguardia nell’opera di formazione
dell’ideologia sovietica, della coscienza sociale sovietica.
(Applausi fragorosi).
Come
ha potuto avvenire che il comitato cittadino di partito di Leningrado
abbia tollerato una situazione simile, sul fronte ideologico?
Evidentemente esso si è lasciato assorbire dal lavoro pratico
quotidiano per la ricostruzione della città, per la ripresa della
sua industria, e ha dimenticato l’importanza del lavoro ideologico
ed educativo, e questa dimenticanza è costata cara
all’organizzazione di Leningrado. Non si deve dimenticare il lavoro
ideologico! Le ricchezze spirituali della nostra gente non sono meno
importanti di quelle materiali. Non si deve vivere alla cieca, senza
pensare al domani, non solo nel campo della produzione materiale, ma
anche nel campo ideologico. Il nostro popolo sovietico si è talmente
sviluppato che non vorrà più «inghiottire» qualsiasi produzione
spirituale gli si metta sotto il naso. I lavoratori della cultura e
dell’arte che non si modificheranno e non sapranno soddisfare le
accresciute esigenze del popolo possono perdere rapidamente la
fiducia del popolo.
Compagni,
la nostra letteratura sovietica vive e deve vivere degli interessi
del popolo, degli interessi della patria. La letteratura è cosa cara
al popolo. Ecco perché il popolo considera come una sua vittoria
ogni vostro successo, ogni opera significativa. Ecco perché ogni
opera di valore può essere paragonata a una battaglia vinta o a una
grande vittoria sul fronte economico e, viceversa, ogni insuccesso
nella letteratura sovietica è doloroso e profondamente umiliante per
il popolo, per il partito, per lo Stato. Proprio di ciò tiene conto
la risoluzione del Comitato Centrale, il quale si preoccupa degli
interessi del popolo, degli interessi della sua letteratura ed è
estremamente preoccupato per la situazione esistente fra gli
scrittori di Leningrado.
Se
uomini privi di ideologia vogliono privare il gruppo dei letterati
sovietici di Leningrado della sua ragione d’essere, vogliono
pregiudicare il contenuto ideologico del loro lavoro, togliere
all’opera degli scrittori di Leningrado il suo significato di
trasformazione sociale, il Comitato Centrale spera invece che i
letterati di questa città troveranno la forza di porre un termine a
tutti i tentativi di trascinare la propria schiera e le proprie
riviste nell’alveo della mancanza d’ideologia, della mancanza di
princìpi, dell’apoliticità. Voi vi trovate in prima linea sul
fronte ideologico, davanti a compiti immensi che hanno un’importanza
internazionale, e ciò deve elevare il senso di responsabilità di
ogni vero letterato sovietico di fronte al proprio popolo, allo
Stato, al partito, deve aumentare la coscienza dell’importanza del
dovere da compiere.
Al
mondo borghese non piacciono i nostri successi all’interno del
paese e nel campo internazionale. Le posizioni del socialismo, alla
fine della seconda guerra mondiale, si sono consolidate. In molti
paesi d’Europa la questione del socialismo è all’ordine del
giorno. Ciò non piace agli imperialisti di tutte le tinte. Essi
hanno paura del socialismo, hanno paura della nostra patria
socialista che è d’esempio a tutta l’umanità progressiva. Gli
imperialisti, i servi della loro ideologia, i loro letterati e
giornalisti, i loro uomini politici e i loro diplomatici, cercano in
tutti i modi di calunniare il nostro paese, di metterlo sotto una
falsa luce, di calunniare il socialismo. In queste condizioni il
compito della letteratura sovietica non sta soltanto nel rispondere,
colpo per colpo, a tutte queste ripugnanti calunnie ed attacchi
contro la nostra cultura sovietica, contro il socialismo; ma anche
nello sferzare ed attaccare audacemente la cultura borghese che si
trova in uno stato di marasma e di decomposizione.
Quali
che siano le belle forme di cui si riveste oggi la produzione dei
letterati borghesi di moda nell’Europa occidentale e in America e
quelle dei registi cinematografici e teatrali, essi non possono
comunque salvare e rialzare la loro cultura borghese poiché la loro
base morale è putrida e nauseante, poiché questa cultura è posta
al servizio della proprietà privata capitalistica, al servizio degli
interessi egoistici e cupidi della élite della società
borghese. Tutta la schiera dei letterati, dei registi cinematografici
e teatrali borghesi si sforza di distogliere l’attenzione degli
strati progressivi della società dalle scottanti questioni della
lotta sociale e politica e di portare quest’attenzione nell’alveo
di una letteratura e di un’arte volgari e senza ideologia, piene di
gangsters, di girls da varietà, di esaltazione
dell’adulterio, di prodezze di avventurieri e mascalzoni d’ogni
genere.
Si
addice forse a noi, rappresentanti della cultura sovietica
progressiva, patrioti sovietici, la parte di chi si inchina alla
cultura borghese o la parte di suoi discepoli? Al contrario la nostra
letteratura, che riflette una struttura più elevata di qualsiasi
struttura democratico-borghese, una cultura molte volte più alta
della cultura borghese, ha il diritto di insegnare agli altri la
nuova morale umana universale. Dove trovate un popolo ed un paese
come il nostro? Dove trovate qualità umane così stupende come
quelle che il nostro popolo sovietico ha rivelate nella grande guerra
patria e che ogni giorno rivela nelle opere del lavoro, passando allo
sviluppo pacifico e alla ricostruzione dell’economia e della
cultura? Ogni giorno che passa porta il nostro popolo sempre più in
alto. Oggi non siamo più quelli che eravamo ieri, e domani non
saremo più quelli di oggi. Noi non siamo già più i russi di prima
del 1917 e la Russia non è più la stessa e il nostro carattere non
è più lo stesso. Ci siamo cambiati, ci siamo sviluppati
parallelamente a quelle gigantesche trasformazioni che hanno cambiato
radicalmente il volto del nostro paese.
Il
compito di ogni scrittore sovietico onesto è quello di mostrare
queste nuove alte qualità del popolo sovietico, non solo di mostrare
il nostro popolo com’è oggi, ma anche di guardare al domani, di
aiutare ad illuminare, come un faro, la strada da percorrere. Lo
scrittore non deve trascinarsi alla coda degli avvenimenti, deve
andare tra le file più avanzate del popolo, mostrando al popolo le
vie del suo sviluppo. Orientandosi con il metodo del realismo
socialista, studiando coscienziosamente e attentamente la nostra
realtà, sforzandosi di penetrare più profondamente l’essenza del
processo del nostro sviluppo, lo scrittore deve educare il popolo e
armarlo ideologicamente. Scegliendo i migliori sentimenti e le
migliori qualità dell’uomo sovietico, rivelandogli il suo domani,
nello stesso tempo noi dobbiamo mostrare alla nostra gente come essa
non deve essere, noi dobbiamo sferzare i residui del passato, i
residui che impediscono al popolo sovietico di progredire. Gli
scrittori sovietici devono aiutare il popolo, lo Stato, il partito
nell’educare la nostra gioventù al coraggio, alla fiducia nelle
proprie forze, a non temere nessuna difficoltà.
Per
quanto gli uomini politici e gli scrittori borghesi si sforzino di
nascondere ai loro popoli la verità sulle conquiste del sistema
sovietico e della cultura sovietica, per quanto essi si sforzino di
erigere una cortina di ferro, oltre la quale non possa penetrare
all’estero la verità sull’Unione Sovietica, per quanto si
sforzino di sminuire l’ascesa effettiva e l’impulso della civiltà
sovietica, tutti questi tentativi sono condannati all’insuccesso.
Noi conosciamo assai bene la forza e la superiorità della nostra
civiltà. Basti ricordare i grandi successi delle nostre delegazioni
culturali all’estero, la nostra parata sportiva, ecc. Non noi,
quindi, dobbiamo inchinarci di fronte ad ogni cosa straniera, o solo
assumere una posizione passiva di difesa.
Se
l’ordinamento feudale e poi la borghesia, nel periodo della loro
ascesa, poterono creare un’arte e una letteratura che consolidavano
la struttura della nuova società e ne esaltavano il fiorire, per
noi, per il nuovo ordinamento socialista, che costituisce la
realizzazione di quanto vi è di meglio nella storia della civiltà e
della cultura umane, sarà tanto più agevole creare la letteratura
più avanzata del mondo, che lascerà molto indietro i migliori
esempi della produzione dei tempi antichi.
Compagni,
che cosa chiede e vuole il Comitato Centrale? Il Comitato Centrale
del partito vuole che gli attivisti di partito e gli scrittori di
Leningrado comprendano bene che è venuto il tempo in cui è
necessario portare a un alto livello il nostro lavoro ideologico.
Alla giovane generazione sovietica spetta di consolidare la forza e
la potenza dell’ordinamento socialista sovietico, di utilizzare
pienamente le forze vive della società sovietica, per far fiorire in
modo nuovo, mai visto, il nostro benessere e la nostra cultura. Per
assolvere questi grandi compiti la giovane generazione deve essere
educata ad esser forte, alacre, a non temere gli ostacoli che si
oppongono a queste iniziative, ma a saperli affrontare e superare. La
nostra gente dev’essere colta, in possesso di una profonda
ideologia, con gusti ed esigenze culturali e morali elevati. Per
questo scopo abbiamo bisogno che la nostra letteratura, le nostre
riviste non restino estranee ai compiti del momento attuale, ma
aiutino il partito e il popolo a educare la gioventù nello spirito
di un’illimitata fedeltà al regime sovietico, di un’illimitata
abnegazione nel servire gli interessi del popolo.
Gli
scrittori sovietici e tutti i nostri intellettuali sono oggi in prima
linea, sulla linea del fuoco; poiché, nelle condizioni di sviluppo
pacifico, i compiti del fronte ideologico, e specialmente della
letteratura, non diminuiscono, ma, al contrario, aumentano. Il
popolo, lo Stato, il partito vogliono non che la letteratura si
allontani dalla vita attuale, ma che intervenga attivamente in tutti
gli aspetti della vita sovietica. I bolscevichi apprezzano altamente
la letteratura, vedono chiaramente la sua grande missione storica e
la sua funzione di consolidamento dell’unità morale e politica del
popolo, di unione ed educazione del popolo. Il Comitato Centrale
vuole che da noi ci sia un grande rifiorire della cultura; perché
nel progresso della cultura vede uno dei compiti principali del
socialismo.
Il
Comitato Centrale è convinto che il gruppo dei letterati sovietici
di Leningrado, moralmente e politicamente sano, correggerà
rapidamente i propri errori e riprenderà il posto che gli spetta
nelle file della letteratura sovietica.
Il
Comitato Centrale è convinto che le deficienze del lavoro degli
scrittori di Leningrado saranno superate e che il lavoro ideologico
dell’organizzazione del partito di Leningrado sarà portato, in
brevissimo tempo, all’altezza che oggi è indispensabile,
nell’interesse del partito, del popolo, dello Stato. (Applausi
vivissimi. Tutti si alzano).
―
A.
Ždanov,
Politica
e ideologia,
Edizioni Rinascita, Roma
1950,
pp. 61-89.
1 Pubblicato
nel n. 225 della Pravda,
21 settembre 1946.
2 Il
gruppo fu costituito a Pietrogrado, il 1º
febbraio 1921, da ventuno scrittori, tra i quali Lunc, Ivanov e
Fedin. Il suo nome è quello di un’opera di Hoffman.
3 Cioè
l’avanzata dei popoli orientali, che discenderebbero da Cam,
figlio di Noè.
4 «Villaggio
dello Zar», famoso castello, residenza estiva degli zar nelle
vicinanze di Pietroburgo.
5 Letteralmente:
«nullisti».
6 L’opera
più famosa del poeta russo Alessandro S. Puškin,
scritta tra il 1822 e il 1831.

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